dEMODOSSALOGIA E oPINIONE pUBBLICA

11 settembre 2005

Documenti # 11 settembre e opinione pubblica

Il 19-20 marzo 2002 nella sala congressi della Facoltà di Sociologia dell’università La Sapienza di Roma si è svolto un convegno sulle conseguenze dell’11 settembre. Di seguito riportiamo la comunicazione presentata dalla Sidd su “Messaggi mediatici e opinione pubblica dopo l’11 settembre”:
1 – Premessa. Una qualsiasi persona di fede, che non svolga un'attività di esegesi, nei momenti di culto o di adesione religiosa alla dottrina alla quale appartiene ha come punto di riferimento uno o più testi considerati "sacri" o messaggio della divinità. Così è per i cristiani con il Vangelo e la Bibbia, per gli ebrei con il Talmud, per i maomettani con il Corano o per i buddisti con la fede nelle "quattro nobili verità". Cercare il conforto o la verità nel sacre indicazioni della religione tranquillizza la coscienza, fornisce percorsi di retta via e rafforza le proprie convinzioni religiose.

Ugualmente avviene, nella vita di tutti i giorni, nella cosiddetta opinione pubblica quando - nel decidere l'acquisto di un giornale quotidiano o scegliere il canale tra due telegiornali - si dà la preferenza al solito veicolo di informazione.

La propensione all'ascolto o alla lettura del giornale preferito trova la sua ragione d'essere in almeno tre motivazioni:
I. adesione, anche se di massima, all'impostazione ideologica trasmessa dallo strumento d'informazione;
II. gradimento dell'impostazione grafica o della conduzione televisiva;
III. sorta di pigrizia che rifugge dall'imboccare nuove strade per un sottofondo di timore verso il cambiamento.

In questo modo il lettore rafforza le sue convinzioni (il pre-giudizio) adeguandosi alla rilevanza data dalle notizie e dai commenti che si aspetta di trovare al momento della decisione dell'acquisto o dell'ascolto.

Per David Krech, Richard S. Crutchfield e Egerton L. Ballachey autori di "Individuo e Società" (Giunti-Barbera 1984) tutti i fatti vengono mediati da altre persone che si ritengono più informate o di avere una maggiore capacità di comprensione delle cose. Questo perché nella complessa realtà in cui viviamo è impossibile che il singolo individuo possa verificare di persona gli avvenimenti che lo interessano o di cui sente parlare. Secondo John Kenneth Galbraith la persona "deve dipendere necessariamente da quanto gli dicono gli esperti. Per i bambini gli esperti sono soprattutto i genitori; per gli studenti sono gli insegnanti e gli autori dei libri preferiti; la persona religiosa si affida ai preti , ai pastori, ai rabbini; lo scienziato ad altri scienziati specializzati nel suo campo" ("Sapere tutto o quasi sull'economia", Arnoldo Mondadori 1979). Per l'ex preside della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Perugia, Carlo Curcio, "Noi siamo divisi dalle idee, dai programmi di partito, dalle concezioni politiche. L'umanità è sempre stata divisa […] Il giornale è diventato più sfacciato, riproduce e rinfocola anzi coteste passioni, coteste fazioni. Tutto quello che v'è, dal fondo alla nota di cronaca è giudicato alla stregua di un indirizzo, di una opinione, di una tendenza. E il pubblico sa qual è il suo giornale, perché vi trova, di solito, quello che cerca." ("Demodossalogia storica", edizioni Ateneo - Roma 1952").

L'evento dell'11 settembre ha riproposto lo scontro culturale, antico come il Mondo, che dopo la caduta del muro di Berlino e l'imminente accettazione della Russia nella Nato sembrava essere passato in secondo piano, rimanendo circoscritto in quelle limitate zone della Terra ancora non schierate nel campo della globalizzazione. Il predominio di una civiltà egemone che, in forza della sua supremazia tecnologica e quindi culturale e militare, ha colonizzato gli altri paesi si è sempre avuto nel percorso della storia: gli antichi romani hanno portato le loro leggi e le loro deità sino ai confini del Mondo allora conosciuto, la civiltà cristiana ed occidentale ha imposto la religione ed il mercantilismo a popoli considerati arretrati, distruggendo le culture locali.

Nel 1500 esistevano ancora sette grandi civiltà: l'occidentale, la musulmana, l'indiana, la cinese, l'inca, l'azteca e la russo-bizantina; oggi sono rimaste solo le prime quattro e la russo-bizantina è in fase di estinzione. La tendenza è verso una sola civiltà: l'effetto della cosiddetta globalizzazione che non è altro che la necessità di produrre e vendere in un mercato sempre più vasto per non incorrere nella catastrofe economica mondiale. Fin dalla caduta del muro di Berlino, Huntington ha sostenuto che "Il conflitto del XXI secolo" sarebbe stato lo "scontro di civiltà tra l'Occidente e l'Islam" ("La trappola dello scontro fra civiltà" di Bernard-Henry Lèvy sul Corriere della Sera del 20 settembre2001).

In Europa la catena di fast food MacDonalds, i jeans, la coca-cola, la musica rock, i sondaggi elettorali, il consumo popolare delle droghe, tanto per citare esempi tratti dalla quotidianità, non sono altro che l'accettazione di uno stile di vita venuto d'oltre oceano, da una cultura egemone.

2 - L'evento mediatico. Dalla fine della seconda guerra mondiale allo scorso settembre vi sono state numerose guerre ed altrettanti atti di terrorismo che hanno coinvolto gli Usa o gli occidentali, con migliaia di morti, invalidi e distruzioni di beni; eppure tutti questi atti di barbarie che hanno causato enormi sofferenze tra le popolazioni non hanno avuto un impatto sull'opinione pubblica mondiale come l'attentato alle Torri di New York. Neanche ai tempi delle manifestazioni per il Vietnam gli europei hanno seguito con trepidazione l'evento e la conseguente risposta degli Usa e dei suoi alleati. Per i network il crollo delle Torri ha rappresentato, per molte settimane oltre il 50% dell'informazione diramata.

La stampa quotidiana italiana, che normalmente concedeva complessivamente agli affari esteri, alla politica e agli avvenimenti internazionali d'attualità una media di dieci pagine a numero, dal 12 settembre al 29 settembre ha mediamente riservato - ogni giorno - ben dodici pagine all'avvenimento (due di più di quanto normalmente concesso complessivamente agli esteri, alla politica e agli avvenimenti internazionali) con punte addirittura del 100% per la Repubblica.

Ma non solo dallo spazio cartaceo, dato dai quotidiani all'evento e alle sue conseguenze, è possibile rilevare l'importanza rispetto ad altre notizie ma anche dall'impostazione grafica (foto, titoli, speciali, intere pagine, ecc.) ed editoriale (dalla prima pagina in poi a piena pagina sino alla media di ben 15 pagine a numero, per tutto il mese di settembre). Per non parlare delle espressioni usate o di roboanti frasi ad effetto di responsabili della politica internazionale ripetute ed amplificate dalla stampa e dalla televisione.

In allegato si riportano i grafici che evidenziano lo spazio dato dal 12 al 30 settembre 2001 dai quotidiani all'avvenimento, alla prima pagina e all'effetto titoli sull'opinione pubblica secondo la Tabella orientativa demodossalogica.

Neppure durante la guerra 1963-1973 nel Vietnam (dalla presidenza Johnson alla presidenza Nixon) che costò agli Usa un numero di decessi superiore a quello dell'11 settembre o la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, avvenute nell'agosto del 1945, le prime pagine dei giornali di allora dettero una tale continuativa e massiccia informazione sulle vicende. Anzitutto ancora non si era nell'era della comunicazione globale, inoltre l'Europa (eccezione fatta per il Regno Unito attento alle vicende estere) guardava poco oltre i suoi confini.

La risonanza dell'11 settembre ha invece una sua ragione d'essere per varie ragioni:
- il prestigio mondiale della nazione colpita,
- la fama nel mondo di una città come New York,
- la dimensione dei manufatti distrutti e delle vittime,
- l'attualità coincidente con il conflitto israeliano-palestinese che non è solo territoriale ma anche religioso,
- il riflesso negli altri paesi delle persone non americane decedute, ferite o disperse.
- il significato simbolico delle due torri (orgoglio Usa) ,
- la sede mondiale del 20% delle relazioni economiche fra stati ed industrie,
- il peso dei network Usa nella comunicazione mondiale (le maggiori agenzie e reti televisive mondiali).

Nel corso della diretta televisiva e nelle settimane seguenti, mentre una parte della popolazione mondiale si è indignata e commossa, solidarizzando con gli Usa, un'altra parte ha gioito nel vedere - seppure per qualche ora - l'impero americano smarrito e colpito al cuore. Questo perché gli schieramenti mondiali ideologici, quindi culturali, religiosi, storici, politici e perché nò economici, cioè multiculturali, hanno visto nell'avvenimento il rinforzo alle proprie convinzioni e schieramenti.

Neppure le dichiarazioni del presidente George W. Bush hanno contribuito a restringere il campo ai soli e reali responsabili ma anzi hanno annunciato una lotta globale dividendo il mondo in buoni e cattivi, rinfocolando in questo modo le opinioni pubbliche dei rispettivi schieramenti culturali, come evidenziato nei grafici allegati e nel Quaderno n. 18 del Centro Studi Biologia Sociale "11 settembre 2001, caduta del mito americano".

3 - I riflessi della mondializzazione. Le numerose dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca, la conseguente attuazione di quanto annunciato, il rinforzo successivamente operato dai mass media nel colpevolizzare alcuni determinati paesi (Iran, Iraq, Corea del Nord) non in linea con l'apertura alla civiltà multiculturale occidentale e la necessità di un attacco ai finanziatori, fiancheggiatori e aderenti a quelle organizzazioni terroristiche che traggono spunto da culture e religioni diverse dall'Occidente, hanno indotto a pensare che si sia voluto innescare un allargamento dell'impero Usa in quei paesi musulmani, direttamente o indirettamente collegati a fonti energetiche, ancora attaccati a tradizioni che sono in fase di superamento in alcuni paesi limitrofi (Egitto, Turchia, Tunisia, ecc.), ormai vicini al passaggio dalla civiltà musulmana a quella occidentale, anche se ancora ostili alle altre religioni.

Nei paesi occidentali un'altra conseguenza dei messaggi veicolati dai mass media è quella di aver contribuito all'accettazione della necessità di uno stato psicologico di guerra e di una diffidenza generica verso le popolazioni islamiche.

L'impressione che i mass media abbiano contribuito alla radicalizzazione delle posizioni si è rafforzata con le misure restrittive della libertà e dei diritti umanitari attuate in gran fretta proprio in Usa, come documentato dalla Ncac e diffuso in Italia dalla Gsa-Master News con il lancio del 23 gennaio scorso. Si è giunti persino a rimuovere quadri sul terrorismo esposti al Museo d'Arte di Baltimora, licenziare giornalisti che avevano criticato Bush dopo gli attentati, e così via sino a far dire a Joan Bertin, direttore esecutivo della Coalizione Americana di Lotta alla Censura (Ncac), "Sospetto che le conseguenze degli eventi dell'11 settembre ancora una volta metteranno a dura prova la nostra capacità di riconoscere che la forza della nostra democrazia sta nel consentire all'individuo di esprimere dissenso politico, di godere di libertà di stampa e di un governo trasparente".

I riflessi dell'11 settembre si faranno sentire anche sui flussi migratori.

E' ragionevole supporre che le popolazioni dei paesi islamici, che ormai da oltre un decennio con sempre maggiore preponderanza emigrano nei paesi occidentali ("Lineamenti di sociologia dell'emigrazione", istituto bibliografico Napoleone 1987), abbandoneranno massicciamente i territori che alla fine risulteranno distrutti per riversarsi non negli Usa, in quanto ne percepiscono una montante ostilità, ma proprio verso l'Europa aggravando così il già precario equilibrio economico e sociale connesso alle politiche verso i rifugiati, i profughi e gli immigrati (più o meno clandestini). In una parola incidendo pesantemente proprio sulla faticosa costruzione dell'Europa Unita.

I governi dell'Europa, e dell'Italia, si sono emotivamente accodati alla presa di posizione di Bush intesa a dare una lezione agli aggressori e riaffermare la forza degli Usa, senza prima proporre alternative di confronto con le motivazioni che sono alla base del terrorismo internazionale e musulmano in particolare. Non essendo l'arabo o l'afgano o l'etiopico delle lingue normalmente conosciute - specie dai giornalisti - è stato più facile accettare le veline provenienti dai colossi dell'informazione statunitense e dalla fonti autorizzate dal Pentagono.

Evitando il ricorso giuridico e il confronto dialettico si sono esacerbati gli animi venendo meno anche a quelle indicazioni che papa Giovanni Paolo II rivolse il 18 dicembre 1979 quando, a proposito della "manipolazione dei mezzi di comunicazione" affermò "Che dire della pratica di imporre a coloro che non condividono le proprie posizioni - per meglio combatterli o ridurli al silenzio - l'etichetta di nemici, attribuendo loro intenzioni ostili, stigmatizzandoli come aggressori mediante una propaganda abile e costante? Un'altra forma di non verità si manifesta nel rifiuto di riconoscere o di rispettare i diritti oggettivamente legittimi ed inalienabili di coloro che rifiutano di accettare un'ideologia particolare, o che si appellano alla libertà di pensiero. Il rifiuto della verità ha luogo quando si prestano intenzioni aggressive a coloro i quali mostrano chiaramente che la loro unica preoccupazione è di proteggersi e di difendersi contro minacce reali che - purtroppo - esistono sempre tanto all'interno di una nazione, quanto nei rapporti tra i popoli." Manovre "messe in atto - specificò Giovanni Paolo II - per creare un clima d'incertezza, nel quale si vogliono costringere le persone, i gruppi, i governi, le stesse istanze internazionali a silenzi rassegnati e complici, a compromessi parziali, a reazioni irrazionali; tutti atteggiamenti egualmente suscettibili di favorire il gioco omicida della violenza e di contrastare la causa della pace."

A sei mesi di distanza dall'avvenimento dell'11 settembre l'impressione che si ricava nell'opinione pubblica, indotta dagli strumenti d'informazione, è proprio quella di una rassegnata spaccatura che si rafforza intorno alle posizioni politiche e religiose dei due schieramenti, allontanandosi sempre più da momenti d'incontro e di pace. Gli stessi recenti fatti di sangue in Palestina sono una conseguenza della dura presa di posizione degli Usa in Afganistan, che ha indotto il governo Sharon a venir meno ai lenti e faticosi passi per la pace compiuti con gli accordi - sotto l'egida dell'ex presidente Usa Bill Clinton - di Camp David tra Yasser Arafat e Shimon Peres.

Si rafforza anche l'impressione che la guerra a foglie di carciofo (un territorio dopo l'altro) voluta dal presidente Bush si sarebbe potuta evitare (specie alla popolazione innocente con inutili massacri) ben sapendo, i servizi del Pentagono, dove erano rifugiati i terroristi avendo proprio loro edificato a suo tempo i fortini in funzione anticomunista. Catturare i cervelli dell'organizzazione con le speciali forze armate statunitensi immediatamente nei giorni successivi all'11 settembre avrebbe ridimensionato la risonanza mediatica del conflitto e contribuito a riportare i toni su livelli internazionali giuridici e militari, senza coinvolgere la multiculturalità storica e religiosa dei vari popoli.

4 - L'alternativa. Eppure proprio dagli Usa è partita la teoria e la pratica della Mediazione consensuale dei conflitti (Alternative Dispute Resolutions), applicabile anche nelle tensioni internazionali e nei casi di terrorismo. Un'altra alternativa ai conflitti è quella indicata dallo statista tedesco Willy Brandt con la sua Ostpolitik (che ha portato alla caduta del muro di Berlino e al riavvicinamento della Russia sulle posizioni occidentali), cioè la politica dei piccoli passi con l'invito agli intellettuali ad "osare più democrazia", sino al piano internazionale di aiuti ai popoli in via di sviluppo come alternativa alla guerra e alla violenza.

Nel dicembre del 1976, nel discorso di investitura alla Conferenza dell'Internazionale Socialista, nel delineare un nuovo rapporto Nord-Sud, Brandt affermò che "Prima che sia troppo tardi, dobbiamo imparare a rivedere radicalmente il nostro modo di pensare o, più semplicemente, dobbiamo imparare a pensare. Nella società dei paesi industrializzati segnati da una democrazia sociale è stato fatto qualcosa; in alcuni degli Stati che si orientano ai nostri principi è stato fatto molto. Da ciò può derivare qualche indicazione per i rapporti tra le nazioni anche se ciò non può essere realizzato con un colpo di bacchetta magica. Ma la crociata contro la fame, contro l'esplosione demografica e contro il genocidio per bisogno non sopporta alcun rinvio. Agli stati industriali, non soltanto a quelli in Occidente, spetta tale incombenza." Nella lettera di commiato, nel settembre 1992, disse "Come nessun altro nel passato, il nostro tempo è pieno di possibilità, sia nel bene che nel male. Perciò raccoglietevi nelle vostre forze nella consapevolezza che ogni tempo vuole le sue risposte. Si può essere all'altezza dei tempi quando si vuole costruire bene" ("Willy Brandt raccontato da Klaus Lindenberg", Rubbettino editore 1998).

La comunicazione presentata al convegno è accompagnata da grafici ed istogrammi che evidenziano il risalto dato dai giornali quotidiani.