Effemeridi # La folla e la valigia di Arafat
Ai funerali di
Arafat si è potuto assistere ad una folla oceanica che rendeva onore al suo condottiero. Una cosa che ha messo sicuramente i brividi. Il giorno dopo si sono levate, da più parti, considerazioni in merito all’operato di Arafat per plasmare o meglio soggiogare cuori e menti del popolo Palestinese, ma in questo caso definito folla. Il termine è corretto per quanto riguarda la parola folla, in quanto la manifestazione fu localizzata territorialmente e con durata temporale limitata. Per quanto riguarda gli effetti a lungo termine della folla, le considerazioni risultano errate. La folla trae la sua forza e la sua determinazione in base al raggio visivo, auditivo e al numero di persone presenti in quel dato momento in un determinato luogo. La folla ha una valenza spazio/tempo/vista/udito. Infatti, appena la folla si disperde la forza viene a mancare e si ritorna ad uno stato di quiete. Ecco perché la folla è pericolosa, ma solo per la durata della manifestazione e non di più. La pericolosità è derivata dal ragionamento con sistema binario che la folla genera. I cittadini che si riuniscono per una manifestazione temporanea, in questo caso la folla, perdono la loro individualità psichica e diventano parte integrante del gruppo. Il ragionamento non avviene più attraverso il raziocinio, ma subisce un livellamento verso il basso con un arretramento della visuale d’insieme. A questo punto subentra il sistema binario: giusto/errato; buono/cattivo; bello/brutto; ecc. Una volta raggiunto questo livello la folla acquista una forza che non è più gestibile e con le dovute proiezioni del caso si può arrivare ai limiti estremi. Il fatto che alla cerimonia di commiato di Arafat ci fossero state migliaia di persone non avrebbe nessun significato concreto sulle proiezioni future degli scenari politici. Quello che invece risulta assai più pericoloso è il pubblico che la propaganda di Arafat ha creato. Pubblico che ha una resistenza più duratura della folla e un livello di coesione altissimo. Inoltre, il suddetto pubblico è in grado di ragionare individualmente e con raziocinio. Ma forse è il caso di chiarire chi sia il pubblico. Le persone possono avere vite completamente diverse ma un unico interesse in comune. Per esempio: un avvocato affermato e un impiegato. Sicuramente avranno due stili di vita molto diversi, ma mettiamo il caso che abbiano la stessa banca, questi, allora diventerebbero un pubblico. Ovviamente il punto di contatto sarà lo stesso istituto di credito. In questo modo i due soggetti risulteranno autonomi psichicamente, con stili di vita diversi, con abitazioni in posti diversi, amicizie diverse ecc. La pericolosità di questo pubblico è derivata dal raziocinio autonomo. Se dovessimo stilare un grado di pericolosità degli avvenimenti per fare delle proiezioni future, la precedenza andrebbe al pubblico. Ora a mio modesto parere la cosa più preoccupante non era la folla al funerale di Arafat, bensì la valigia del defunto leader palestinese.
Arafat era appena morto e già giravano le voci sulla sua valigia. La valigia dei codici o meglio la valigia che conteneva i codici segreti. Ma sono solo i codici dei suoi conti correnti e non quelli che servono per il lancio delle bombe nucleari. Stando ai soliti bene informati la valigia la teneva sotto il proprio letto. Come i contadini di una volta. Dunque, Arafat avrebbe stornato ingenti somme destinate al popolo Palestinese dirottandole verso i paradisi fiscali. Tutto questo per avidità personale e per compiacere alla giovane moglie. Ma sarà veramente così? Possibile che certe notizie escano sempre quando uno è pronto per andarsene oppure subito dopo una dipartita? Il tempismo è sospetto. Quasi quasi si potrebbe parlare della formula di Adams: fare leva sulle cose semplici e di facile impatto. Se guardiamo attentamente ai vari dittatori e capi di governo che si sono succeduti nella storia e che sono stati allontanati con le maniere spicce, notiamo una costante: la formula di Adams. Con
Ceauseascu si mostrò la borsa che conteneva dei beni di lusso (per quel Paese), ma che stridevano con la povertà locale; con Imelda Marcos si mostrò la stanza con migliaia di scarpe firmate; con i figli di
Saddam si mostrò la borsa con i giornalini pornografici, i soldi e altre cosette e via di questo passo. Possibile che un capo di Stato debba sempre scappare portandosi appresso delle cose tanto stupide? La ricorrenza a simili fenomeni è straordinaria. Con Arafat, invece, si farebbe leva sulla valigia nascosta sotto il letto, come un bambino piccolo che nasconde le proprie biglie di vetro. Una figura di grande capo che cozza con la realtà descritta, vera o presunta che sia. Anche se fosse vero suonerebbe strano come mai qualche suo fedelissimo non si fosse mai fatto scappare nulla sull’argomento. E perché solo ora? Possibile che nessuno abbia mai pensato di appropriarsi di una simile fortuna? Parte dei soldi stornati furono erogati anche dalla Comunità Europea. Nessuno si è mai accorto di nulla? Solo ora, dunque, si viene a sapere della valigia. Sicuramente Arafat mise da parte un po’ di soldi per un’eventuale ritirata strategica o contro la sua volontà (golpe), ma niente giustificherebbe una simile fortuna. E quando mai avrebbe avuto il tempo per godersela? Che fosse per la futura sistemazione della figlia? 500 milioni di dollari sono una bella cifra. Potrebbe essere, certo, ma credo che siano più che sufficienti la metà per campare bene. Di più non troverebbero un’eventuale spiegazione logica. Ma proviamo ad osservare gli avvenimenti da una diversa angolazione. Le voci potrebbero poggiare su una base di verità, ma tutto il resto potrebbe essere stato creato ad arte per distruggere dal suo interno la resistenza e la determinazione del popolo Palestinese. Il pubblico, dunque. L’effetto di tale diceria è che hanno offuscato l’integrità di Arafat, vera o presunta che sia; hanno creato una sorta di caccia al tesoro per le nuove leve, le quali si faranno le scarpe tra di loro per avere accesso alla fortuna; la causa palestinese è messa ora in forte dubbio; i fondi della Comunità Europea saranno messi in dubbio e la coesione interna inizierà a vacillare. Le prime sparatorie tra le varie fazioni politiche stanno dimostrando come la corsa sia già iniziata.
Effemeridi # Gli errori della sinistra
Le tante anime della sinistra, dai Ds ai vari socialisti, dalla Margherita ai Verdi, e così via, sono fermamente decise di riunirsi in Federazione o in un neo-partito Riformista, nella presunzione che un solo grande "unico" movimento politico a sinistra possa battere lo strapotere di Silvio Berlusconi. I proclami e gli inviti a "stringersi a corte" si sprecano, anche se con qualche distinguo che ha più sapore di coltivare il proprio orticello elettorale e piazzarsi ai vertici del neo-partito che contribuire ad un nuovo bipolarismo come ai tempi della prima Repubblica con Dc e Pci. In ogni caso l'unificazione dei vari partiti di sinistra in uno solo è un grande errore elettorale. In cinquant'anni di democrazia, con decine e decine di elezioni alle spalle, ogni volta che più formazioni politiche si sono messe insieme in una sola lista per battere l'antagonista la somma dei voti dei vari partiti e partitini (prima dell'unificazione) è stata superiore al totale dei voti presi a scrutinio avvenuto. La spiegazione è organizzativa e psicologica: ogni rappresentante della coalizione ha badato, in campagna elettorale, a raccogliere voti per i suoi candidati (segnando le preferenze) più che a far votare l'emblema della lista elettorale. Al contrario dei referendum che hanno visto la convergenza di vari movimenti e schieramenti. L'altro errore è storico: i partiti, nel senso classico con precisa ideologia, apparato organizzativo stabile e gerarchie, sono sorpassati. La politica del XXI secolo vedrà formazioni politiche con poche differenze fra loro (non esisterà più la destra e la sinistra ma la gradualità dei tempi e delle misure legislative); anche il rapporto con l'opinione pubblica sarà diverso: più complesso e frantumato. Assisteremo con sempre maggiore frequenza alla nascita di movimenti finalizzati a precise, limitate situazioni (spesso localistiche) come, ad esempio, l'autonomia regionale o il blocco di una centrale nucleare, l'inasprimento di pene per gli immigrati clandestini o la libertà di scelta personale sui grandi temi della bioetica, ecc. E apparentamenti (non liste uniche) fra formazioni politiche dissimili e assolutamente distanti fra loro ma unite in uno o due precisi punti da risolvere in tempi brevi (più o meno mercato? Quale riduzione delle tasse?). Al contrario della sinistra il centrodestra ha imboccato la strada giusta: presentarsi alle elezioni con i propri distinguo. Addirittura con neoliste di centrodestra staccatesi dai rispettivi partiti per "pescare" meglio tra gli elettori sfiduciati che non hanno rinnovato i consensi alle liste che sorreggono l'attuale governo. Vedasi la lista Storace nel Lazio e quella probabile al nord di Tremonti.
Confronti # Fotografie: usi e consumi
Ci si chiede se, dopo una sfogliata a grandi linee dei quotidiani, valga la pena leggere l'articolo di un fatto appena accaduto. Tralasciamo per ora i resoconti giornalistici di cronaca nera o rosa, quelli metereologici, sportivi o quelli di riferimento culturale: questi in molti casi sono sapientemente sfruttati per deviare il più possibile l'opinione pubblica quando sussiste un fatto politico di cui è meglio minimizzare. Prendiamo allora solo, per il momento, fatti di rilevanza politica che meglio calzano gli esempi. Molti giornali, dunque, offrono, oltre alla notizia, anche un repertorio di immagini con lo scopo di rafforzare il servizio. Queste fotografie potremmo definirle vere e proprie "vetrine". In queste vetrine, come tutte le merci esposte (nel nostro caso le fotografie e il loro significato) dal commerciante (editore giornalistico), vengono offerte in visione quelle che l'acquirente (il lettore) dovrebbe acquistare (il significato del messaggio visivo mediatico) una volta entrato nel negozio (nel senso di leggere l'articolo). Questo balletto di andirivieni (lettura dei titoli, visione delle foto, collocazione dei propri interessi, lettura del servizio e pensiero formattato del lettore dalla fonte) viene sapientemente sfruttato da tutti i mass media di origine cartacea, i quali stimolano i loro pubblici a pensare in un determinato modo formando così una determinata opinione pubblica. Quindi quando si legge o, meglio, si osservano i messaggi visuali più diretti sarebbe il caso di soffermarsi sulla visione delle fotografie a corredo della notizia e capire, risparmiandosi in molti casi dal leggere, quale è il succo comunicativo della notizia stessa e dove vuole arrivare con il suo messaggio l'editore, contribuendo così alla formazione dell'opinione pubblica nei riguardi di un determinato avvenimento, nel nostro caso, come anticipato, politico. Sembra difficile scoprire gli intenti dell'editore dalle sole fotografie di un determinato fatto? Provarci non costa nulla, semmai si risparmia nel leggere le ovvie notizie che, come in alcuni eclatanti casi semplici da intuire, sono meno interessanti delle foto. Buona visione.
Effemeridi # Mentana: terza mossa
E' inutile girarci intorno: Mentana è stato "sollevato", cioè rimosso da direttore del Tg5. Per gli osservatori più attenti il provvedimento era nell'aria; e non sarà neppure un caso isolato ma l'inizio della campagna elettorale per il mantenimento delle poltrone ministeriali. Anzi è la terza mossa nel campo dell'informazione mediatica radiotelevisiva e cartacea. La seconda è avvenuta proprio qualche giorno prima del caso Mentana ma pochi se ne sono accorti: il "Corriere della Sera" (ove una forte quota azionaria fa capo ad aziende di emanazione berlusconiana) nella prima edizione è uscito, con il taglio alto della prima pagina, sull'infortunio della bocciatura alla Camera dell'architrave della legge finanziaria ma nella seconda edizione lo ha sostituito con il provvedimento Irap per le aziende. Inoltre il 13 c. m. il "Corriere della Sera" è stato tra i pochi quotidiani che hanno messo in evidenza, in prima pagina e riquadrate, le dichiarazioni di Confalonieri, presidente di Mediaset, che minimizzavano la fine del "rapporto fiduciario" tra il giornalista e l'azienda berlusconiana. La prima mossa è stata più sottile: un provvedimento ministeriale, attribuito ad un sottosegretario con la complicità di alcune università, ha sfoderato la laurea in Scienza della Comunicazione per meriti "di esperienza" (si badi bene non professionali!) a quei giornalisti iscritti all'albo ma privi di un titolo di studio universitario. Per ingraziarsi quella pletora di cosiddetti passatori di veline o informatori per conto terzi, agevolandoli così nella carriera, una commissione di tre giornalisti e tre docenti universitari presieduta non si sa da chi deciderà, a suo insindacabile giudizio, tra i giornalisti (e quanti altri?) che avranno presentato apposita domanda, coloro che potranno saltare anche i primi anni di anno accademico per accedere agli ultimi esami del corso di laurea, alla barba degli studenti e anche di quei lavoratori che, con notevole sacrificio e perseveranza, hanno conseguito il titolo di studio sacrificando le ore libere da dedicare alla famiglia o al riposo. Non che la laurea in Scienze della Comunicazione sia un titolo che professionalmente attesti la preparazione del neodottore nel multiforme mondo mediatico ma è pur sempre un titolo di stato, anche se sono tanti i dottori che si dichiarano "comunicatori" ma che non sanno esporre, scrivere e, in molti casi, neppure pensare. Laureare l'esperienza puzza di sotterfugio del regime per conquistarsi una buona fetta di comunicatori. Non è la prima laurea studiata per i giornalisti. La prima risale all'8 novembre del 1929, presso la "Facoltà Fascista di Scienze Politiche della Regia Università di Perugia" sede della biennale specializzazione giornalistica che abilitava all'iscrizione all'albo (instituito nel 1928) senza il requisito del praticantato. I fini della "Scuola fascista di giornalismo" li anticipò Paolo Orano (Rettore) nella sua prolusione al corso di "Storia del Giornalismo" il 28 aprile 1928: "trasformare il giornalismo da mezzo abusivo di suggestione [...] a giurato collaboratore della instaurazione nazionale" voluta da quel "giornalista divenuto per volere di Dio e onnipotenza di fede (con riferimento a Berlusconi il politologo Baget-Bozzo non ha detto nulla di nuovo) Duce d'una gente, padre d'una civiltà". Il secondo diploma di specializzazione in giornalismo risale all'Istituto Superiore di Scienze e Tecniche dell'Opinione Pubblica, voluto da padre F. A. Morlion (Rettore), istituto poi divenuto Università Internazionale degli Studi Sociali Pro Deo (ora Luiss). Una istituzione sorta nel 1945 che, come scrisse il Pro-Rettore mons. Antonio De Angelis 16 anni dopo negli "Annali dell'Istituto", si era attivato per "formare gli uomini che vi parteciparono, vorremmo dire nella mente e nelle mani. Inutile sarebbe preparare solo teorici, essi hanno relativa incidenza nella vita. Errore tragico formare tecnici senza princìpi, essi saranno piromani e non costruttori". L'Istituto pertanto svolse un'attiva opera nel preparare dirigenti aziendali e giornalisti in grado "non solamente informare trasmettendo anodinamente la notizia, ma anche formare interpretando" in funzione anticomunista e come "fiancheggiatore degli schieramenti democratici" anche attraverso propri organi di stampa (da "Demodossalgia ed opinione pubblica", ed. Sidd 1998). Oggi siamo alla Facoltà di Scienze della Comunicazione, una laurea teorica e dagli sbocchi incerti, cioè non studiata per il mercato; infatti i neodottori si sobbarcano a costosi master o stages aziendali per poter essere presi in considerazione dal mondo del lavoro. Ma allora a che serve? Berlusconi, che è il quarto uomo occidentale più ricco e potente, si affida ai pubblicitari creativi ed è consapevole che nella propaganda elettorale, a differenza della pubblicità, occorre far presa sulle idee e i valori; inoltre che un mutamento d'opinione pubblica non avviene prima di un anno di sapiente propaganda indirizzata ad un preciso pubblico. Chi è convinto di un'idea o fede politica (o religiosa) non è scalfibile, l'intelligente propaganda politica si dovrà rivolgere pertanto agli indecisi, ai senza opinione con scarso livello di studi e suscettibili di facili emozioni come gli utenti della tv e dei vistosi titoli delle prime pagine dei giornali. Da qui alle regionali del 2005 e poi alle politiche del 2006 ne vedremo ancora di pedine muoversi nello scacchiere dei massmedia. Ma non è sufficiente avere il potere sugli strumenti mediatici, occorre anche conoscere in modo approfondito le motivazioni psico-sociali che agiscono sui pubblici, cosa che non sanno i creativi pubblicitari e neppure i consiglieri politici del Presidente del Consiglio.
Effemeridi # Bush V
Bush II. Il nuovo presidente degli Usa è sempre G. Bush. In America non c’è storia. La vittoria è netta. Dopo la conta delle schede non ci sono stati dubbi per chi sia il vero vincitore della campagna elettorale appena conclusa: Bush al secondo mandato è presidente per altri quattro anni. Ma sfugge un piccolo particolare, che forse non stiamo parlando della stessa persona. Tempo fa, dopo il crollo delle torri gemelle, arrivò in Italia il padre dell’attuale neopresidente. Forse nessuno ci avrà fatto caso più di tanto, ma il vecchio Bush s’incontrò con una rappresentanza dell’elite industriale italiana. La cosa più interessante fu che la cena che si tenne in suo onore venne fatta a porte chiuse. Privacy? Sicuramente, ma perché il vecchio ex presidente venne ricevuto con tutti gli onori pur non avendo nessuna carica ufficiale di rappresentanza governativa? Per la familiarità con l’allora presidente in carica? Forse, ma non solo. Infatti, il vecchio Bush fu capo della Cia, vice presidente per due volte con Reagan presidente e una volta presidente egli stesso. Poi arrivò il turno del figlio. Ora il suo “piccolino” è stato rieletto. Tutto quello che accomuna la storia personale dei due Bush sono: la famiglia, l’università e la massoneria. Ma la cosa che balza subito agli occhi è quanto il vecchio sia un volpone e il figlio si sia fatto le ossa solo molto tardi. Dunque è altamente probabile che il “vero presidente” degli Stati Uniti sia il vecchio Bush. Forse stiamo parlando di un caso che non ha uguali nella storia degli States. Di fatto, il padre del neoeletto presidente avrebbe fatto il presidente per cinque mandati, di cui tre consecutivi, governando per venti anni la nazione più potente del pianeta. Incredibile! E’ opinione diffusa e risaputa che R. Reagan fu un “attore alla Casa Bianca” e che di politica proprio non ci capiva nulla. E’ opinione diffusa e risaputa che l’attuale presidente non si sia mai distinto molto nella sua vita. Due più due fa quattro, pardon, cinque Bush.
Incontri # Uno sguardo al futuro
Partendo dalla considerazione che "in questo ultimo decennio l'interpretazione della realtà si è modificata perchè diversi appaiono il mondo e gli avvenimenti" e che "la nuova fase mentale che avanza può essere capita e corretta se sapremo renderci conto dell'essenziale dal secondario" il 14 giugno 2003 i demodossaloghi si sono riuniti nel palazzo baronale, detto Massimo, di Roccasecca dei Volsci (Latina) per il IX Convegno nazionale di Demodossalogia, in seno al 1^ Convivio sull'opinione pubblica. Dopo il saluto ai partecipanti della presidente della Sidd Laura Isabella Simbula e l'introduzione ai lavori del sindaco Alessandro La Noce su "La politica del XXI secolo" Giulio D'Orazio ha presentato la relazione attinente al IX Convegno: "Uno sguardo al futuro: gli effetti della globalizzazione". Sono quindi intervenuti Emilio Bottari, Roberto Canali, Mauro Covino, Antonella Liberati, Guglielmo Lucentini e Laura Isabella Simbula, che hanno portato riflessioni e sollecitazioni su "Qualità arma vincente" e su "Un nuovo modo di concepire l'ambiente". Infine Francesco Bergamo ha chiuso i lavori svolgendo un'ampia presentazione didattica su "L'indagine demodossalogica". Il giorno successivo nell'Abbazia di Vallevisciolo Maurizio Lozzi ha condotto un seminario sul tema "Dal conflitto al consenso".
Effemeridi # Sondaggi elettorali
Il risultato delle elezioni per il presidente degli Usa ha ancora una volta dato ragione al cosiddetto metodo inde elaborato e divulgato sin dagli anni '80 dai demodossaloghi che hanno poi costituito la Sidd. Infatti il sondaggio elettorale tradizionale, derivato dall'iniziale metodo Gallup, interpella il pubblico multiforme degli elettori (aventi diritto al voto) o dei possessori di un apparecchio telefonico; ma codesti pubblici non sono pubblico, o meglio sono un pubblico virtuale, cioè considerato tale per fini statistici o di classificazione. Nel pubblico virtuale degli elettori convivono numerosissimi pubblici assai diversi tra loro per comportamento, bisogni e - in taluni casi - anche valori; una multiformità ed estensione dell'universo che inficia il risultato e che si aggiunge alla dimostrata reticenza degli interpellati. Al primo posto della metodologia della inde c'è invece la riduzione dell'area territoriale (il cosiddetto frattale) da indagare e la scelta di un pubblico, oggettivo o soggettivo, per volta. Abbiamo un riscontro proprio in Usa: il pubblico soggettivo degli scommettitori, che hanno compiuto - come motivazione caratterizzante il pubblico in esame - un'operazione di aspettativa rischiando su Bush, sono coloro che hanno indovinato il risultato; in una intervista, oltretutto telefonica (che non rientra nella prassi della inde), si può anche non dichiarare il vero ma quando si spende il proprio denaro lo si fa in modo ponderato. Il risultato proveniente dai bookmakers ha confermato la veridicità dell'indagine se effettuata, di volta in volta, su un solo pubblico (oggettivo o soggettivo). L'altro aspetto saliente è quello dei frattali. Se esaminiamo la carta geografica degli Usa vedremo che le aree di influenza di Bush o Kerry non sono a macchia di leopardo o con isole (frattali) di un contendente all'interno di un altro frattale più esteso. Bush ha i suoi frattali contigui e al centro degli Usa così come Kerry li ha sulla costa oceanica e nel nord-est. "L'opinione pubblica si muove in uno spazio territoriale e di tempo occupato congiuntemente dalla conoscenza esistente in quel periodo [...] - abbiamo detto il 14 giugno 2003 nella relazione introduttiva al IX Convegno nazionale di Demodossalogia - [...] L'opinione pubblica e la conoscenza è come se fossero racchiuse in un contenitore (l'Ambiente) collegato ad altri contenitori, per cui muovendone uno si sposta l'intera costruzione ambientale". La cultura di un frattale contagia i frattali limitrofi spostando anche l'opinione pubblica, Gustave Le Bon (Nogent-le-Rotrou 1842 - Parigi 1931) e Gabriel Tarde (Sarlat 1843 - Parigi 1904) hanno ben precisato l'effetto a cascata che l'imitazione ha sui pubblici; si spiegano in questo modo le zone di influenza accorpate all'interno di ciascuno dei due contendenti. Non diversamente è in Italia con la cosiddetta zona rossa della Toscana/Umbria/Emilia Romagna, dello zoccolo duro della Lega nel Nord e del tradizionale serbatoio di voti per il centro-destra nel Meridione (Sicilia, Calabria, Puglie). Tutti i commentatori hanno sottolineato che Bush ha vinto per essere riuscito a far leva sulla famiglia, la religione e la morale, cioè sui valori. Nella relazione dell'11 settemre 2004 al seminario "Leggere la qualità delle comunicazioni", organizzato dall'Associazione Nazionale Sociologi, nel distinguere tra propaganda e pubblicità abbiamo detto che la propaganda "attiene a dei valori o idee (mutare l'opinione pubblica sull'eutanasia, scegliere un candidato politico, ecc.)" specificando che per mutare le idee occorre "educare (dal latino ex ducere=condurre fuori [dalla propria opinione])" e che i valori "servono per giustificare le scelte [...] i valori si suggeriscono con la propaganda". Ultima annotazione: i quattro milioni di Cristiani evangelici, notoriamente conservatori, hanno votato per Bush (che ha vinto con uno scarto di tre milioni e mezzo di voti elettorali); orbene i Cristiani evangelici sono un pubblico omogeneo soggettivo ben definito che si è mosso compatto proprio perchè inquadrato in un preciso pubblico. Cosa vuol dire? Che agire su un singolo pubblico (anche nel caso della propaganda elettorale, vedasi l'Informatore Economico Sociale del 15 maggio 2004) rende sempre, a dispetto dei cosiddetti docenti di Scienza della Comunicazione che ancora non hanno capito i meccanismi su cui si formano, plasmano e dissolvono le opinioni pubbliche. Tant'è che in Italia un personaggio noto unicamente per essersi occupato dell'organizzazione delle manifestazioni di piazza dei no-global è divenuto, nell'ultima tornata elettorale, deputato al Parlamento europeo.
Effemeridi # I mercenari
E' mercenario colui che per denaro si arruola perlopiù armato al servizio di qualcuno per tutelarne la persona o gli interessi. Ormai è una professione ambita (per l'alta paga) con tanto di agenzie di reclutamento internazionali. Sono mercenari coloro che vanno all'estero a difendere da eventuali attacchi terroristici o pirateschi gli interessi economici delle imprese industriali, così come lo sono i guardaspalle dei vip o dei politici e, al limite, i vigilantes nelle banche ed imprese. Il fenomeno esisteva già negli anni '60 quando le grandi imprese italiane operanti all'estero (similmente e copiando le straniere) cercavano il loro personale addetto alla sicurezza tra le maggiori agenzie private di investigazione. Da tutti è ammesso che la legislazione regolante la materia è carente, se non addirittura assente. Eppure sembrerebbe che in Italia ce ne siano 20.000 al servizio di enti e persone ma che le autorità (politici, banchieri, industriali, ecc.) che si avvalgono di codeste persone, altamente specializzate, non si siano accorte della dimensione del fenomeno e della necessità di norme giuridiche. Quando non si vuole intervenire si fa finta di non vedere; e si fa finta di non vedere quando fa comodo lo status quo. Infatti lo Stato non può ammettere che anche le imprese pubbliche (Eni, ecc.), per tutelare gli interessi nazionali, arruolino mercenari (anche se sotto nomenclature diverse) in contrasto con i dettami della giurisprudenza vigente e della Costituzione, preferendo così far finta di non vedere per lasciare al libero mercato la disciplina del fenomeno.
Effemeridi # Iraq o Svizzera?
In Iraq i terroristi (soggetto A) compiono giornalmente attentati (oggetto B) contro le Forze alleate che sono andate a liberare il Paese dalla feroce dittatura di Saddam e contro gli iracheni che si arruolano nella polizia (per cooperare all'instaurazione della pace e della democrazia), gli stranieri e l'inerme popolazione (convenuti A+ B = C). Il libero Occidente non comprende la barbarie di questi atti che non hanno fine e sono sempre più esacrabili. Per capire (essendo il nostro mestiere), senza giustificare, vogliamo capovolgere la situazione? Come è noto l'Italia è stata più volte richiamata dagli organismi internazionali per la sua Giustizia non del tutto giusta, tant'è che le stesse forze politiche e gli addetti ai lavori si accapigliano da anni per la sua riforma. Ipotizziamo che la pacifica Svizzera, nell'intento di ristabilire la Giustizia in Italia (oggetto A), occupi il Paese per dare una mano alla maggioranza della popolazione che attende da anni una vera Riforma allineata ai paesi più giustizialisti del mondo. Con carri armati e soldati per le vie delle città, dopo migliaia di vittime tra la popolazione civile, e con le conseguenze che una guerra comporta (saccheggi, vendette, prostituzione, malattie, traffici illeciti, ecc.) una minoranza di italiani (soggetto B) si ribellerebbe all'apparente occupazione del Paese compiendo azioni partigiane contro i pacifici soldati svizzeri ed i loro alleati, anche se italiani (convenuti A + B = C).
E' opportuno ricordare che nell'ultima guerra mondiale sono caduti in Italia per mano di connazionali sia fascisti che antifascisti. Allora, in che consisterebbe la differenza tra l'ipotesi fatta e la situazione irachena? Tuttalpiù in una maggiore civiltà della guerriglia partigiana/terrorista.
Pubblicazioni # Scienza, società ed opinione pubblica
"Scienza, società ed opinione pubblica" è una pubblicazione di 144 pagine edita dalla Sidd nel 2001 in mille esemplari e distribuita gratuitamente a docenti, giornalisti e studenti. Il volume riporta gli interventi attinenti allo studio dell'opinione pubblica svolti all'VIII Convegno Nazionale di Demodossalogia indetto a Mira (Venezia) nella sala del Teatro dei Leoni il 13 maggio del 2000. Convegno voluto ed organizzato dalle sorelle Simbula e dall'associazione Alfabeti d'Arte per ricordare il fattivo apporto dato allo studio e alla diffusione della disciplina dalla madre Maria Castorina in Simbula (nata a Riposto nel 1926 e deceduta a Treviso il 12 ottobre 1997). Il libro si apre con una esauriente "Presentazione" di Antonella Liberati cui fa seguito l"'Introduzione al seminario" mattutino su "Mass media ed opinione pubblica. L'indagine demodossalogica" svolta dall'emerito professore di Sociologia a La Sapienza di Roma Michele Marotta. Segue il vicedirettore de "Il Gazzettino" Edoardo Pittalis che, a proposito di "Mass media ed opinione pubblica", sviscera il tema dall'angolazione dell'addetto ai lavori. Il docente all'Università Cà Foscari di Venezia Luigi Perissinotto affronta il tema "Comunicazione e scienze della comunicazione oggi" introducendo argomentazioni filosofico-linguistiche anche in rapporto alla sempre più vasta estensione di Internet. Giulio D'Orazio pone l'interrogativo "Interpretare l'opinione pubblica o i comunicatori?" seguito da Anna Maria Curcio, docente alla Terza Università di Roma, che con un taglio sociologico affronta "L'opinione pubblica e le apparenze" per sottolineare come l'apparire predomina nella cultura contemporanea. Maria Giovanna Simbula ricorda il sondaggio d'opinione di "Mia madre e la Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia cinquant'anni orsono" mentre Laura Isabella Simbula a proposito della valorizzazione dei beni culturali, anche come momento didattico oltre che di memoria storico-artistica, illustra il "Turismo e le relazioni sociali per il nuovo millennio". A chiusura della mattinata il sociologo e giornalista Arnaldo Gioacchini pone il tema "Gemelllaggi e comunicazione". Il libro prosegue con gli atti dei lavori del pomeriggio svolti con una Tavola rotonda sul tema "Convergenze intellettuali e costanti scientifiche. Il contributo della Demodossalogia", moderata dal docente di Sociologia Politica a La Sapienza di Roma Umberto Melotti che ne svolge l'"Introduzione" seguito dalla relazione sul tema di Giulio D'Orazio. Seguono le "Riflessioni" del docente di Filosofia all'Università di Siena Mariano Bianca e le considerazioni del filosofo e scrittore Fausto Tapergi su "I mass media e la libertà d'opinione". Le "Conclusioni" al seminario di Umberto Melotti e l'"Intervento finale" di Michele Marotta chiudono gli atti del convegno, mentre il libro si impreziosisce di un glossario dei termini e dei concetti della Demodossalogia così come sono stati elaborati dalla scuola della Sidd; glossario rubricato sotto la definizione di "Crediti" a sottolineare "il doveroso ringraziamento degli eredi - come scritto da Antonella Liberati e Maurizio Lozzi - che si riconoscono nella loro scuola di pensiero". Il volume rivisto e corretto da Liberati e Lozzi e curato da D'Orazio presenta, inoltre, sei tavole illustrative per meglio capire la metodologia e filosofia dei demodossaloghi che si riconoscono nella Società Italiana Di Demodossalogia (Sidd).