dEMODOSSALOGIA E oPINIONE pUBBLICA

28 settembre 2005

Documenti # Il potere delle agenzie internazionali

Al primo Convegno delle agenzie di stampa europee (Fiuggi Terme 12-14 ottobre 1979) il giornalista-demodossalogo Massimo Olmi svolse una relazione sul tema “Struttura e potere delle agenzie di stampa internazionali”. Essendo, dopo 26 anni, la situazione pressappoco uguale e di grande attualità nel campo del futuro tecnologico televisivo e con connessioni politiche-economiche, ne riportiamo di seguito il testo:
Il problema della struttura e del conseguente potere finanziario ed ideologico delle grandi agenzie di stampa internazionali è sempre di più all’ordine del giorno. Poche settimane or sono, in occasione del convegno internazionale sulla televisione organizzato dalla Rai a Lecce in concomitanza con il Premio Italia, ci si è chiesti da più parti quali notizie passeranno nel prossimo futuro attraverso i nuovi e sofisticati canali di informazione che il progresso tecnologico ci permette. Si è risposto che, se la situazione resterà quella che è, adesso, saranno ancora e sempre e soltanto le 5 maggiori agenzie di stampa a poter usufruirne: l’Agence France Presse, l’Associated Press, la United Press International, la Reuter, la Tass. Nei paesi del Terzo Mondo (vedi polemiche e discussioni al recente vertice dei non allineati a Cuba) si parla della creazione di una Multinational News Agency che dovrebbe prendere il posto dell’attuale pool cui aderiscono le agenzie di quei Paesi. In altre parole, ci si sta sempre più rendendo conto che il servizio sinora reso ai giornali e agli altri mezzi di comunicazione di massa dalle principali agenzie di stampa è molto meno “neutrale” di quanto potrebbe apparire a prima vista e che svincolarsi dalla soggezione completa delle suddette agenzie è un interrogativo cui occorre dare, possibilmente presto, una risposta se non si vuol perdere nel settore della libertà delle comunicazioni quanto si è guadagnato nel settore delle libertà politiche ed economiche.
E’, sotto un altro aspetto, il problema del ruolo, dell’importanza, del potere delle multinazionali nel mondo contemporaneo. E quando si parla di multinazionali, ovviamente si parla di multinazionali che fanno capo agli Stati Uniti d’America. Sul processo di concentrazione dell’informazione in corso (non da oggi) moltissimo è stato scritto e non mi sembra utile dilungarmi eccessivamente al riguardo. Ricorderò alcuni dati. La catena Scripps-Howard non solo possiede 31 quotidiani americani, stazioni radio e stazioni televisive ma anche e soprattutto il 95% del capitale della United Press International che a sua volta non soltanto detiene uno stupefacente potere su buona parte dell’informazione mondiale ma controlla altresì un newspaper syndicate che rifornisce con i vari Lil-Abner, Peanuts, Tartan i nostri mercati europei mentre la versione televisiva di detta agenzia – la U.P.I.-I.T.N. – si occupa del mercato di quel settore. L’United Press International è la prima agenzia di stampa del mondo: ci lavorano più di 10.000 persone con 6.400 clienti in 114 paesi, 238 uffici in 62 Paesi. Le informazioni diffuse dalla U.P.I. vengono tradotte in 48 lingue. Quanto all’altra grande agenzia americana, la Associated Press, di proprietà della Gannet Company, essa è andata soggetta negli anni passati ad una riorganizzazione ispirata ai principi dell’efficienza: al di fuori degli Stati Uniti essa dispone di oltre 100 uffici. Un accordo sottoscritto fra la Dow Jones e l’A.P. consente a quest’ultima di disporre di un servizio speciale di notizie finanziarie, economiche e commerciali che viene distribuito in 23 paesi e che – come ha scritto Armand Mattelart nel suo “Multinazionali e comunicazioni di massa” – non è che il punto di arrivo di un meccanismo molto più vasto, il cui scopo è quello di controllare i circuiti internazionali dell’informazione finanziaria ed economica. Ne ha fornito la prova nel marzo 1976 il lancio del The Asian Wall Street Journal che altro non è che la versione asiatica della principale pubblicazione della Dow Jones: l’A.P. è attualmente uno dei mezzi principali, se non addirittura il principale, di penetrazione americana in Asia. E, naturalmente, non solo in Asia.
Ma c’è un altro fenomeno su cui vale la pena di fermare un momento la nostra attenzione ed è quello che è stato segnalato in un recentissimo dossier de Le Monde Diplomatique (“L’informazione accentrata”, autunno 1978): il fenomeno è questo. L’U.P.I., come l’A.P., da qualche anno ha lanciato un’iniziativa chiamata interpretative reporting (servizio interpretativo) che viene considerata distinta dalla normale fornitura di spot news. Allorché si cominciò a prestare attenzione al problema del gap generazionale che minacciava il consensus nazionale, nel 1970 l’A.P. mise insieme un gruppo di giovani giornalisti il cui scopo era quello di informare, in modo particolare, quei 50 milioni di americani fra i 18 ed i 34 anni che avrebbero dovuto rappresentare l’indispensabile ponte fra la generazione del dissenso e quella del consenso. Altrettanto fece l’U.P.I. dedicandosi in modo specifico ai giovani radicali (dando all’aggettivo radical il senso ed il significato che esso ha oltre Atlantico). Ancora una volta ci siamo trovati di fronte ad una politica , per la cui realizzazione i modi e i tempi possono variare ma che resta sostanzialmente la stessa. Come ha ricordato Artur Rowse dieci anni or sono, le maggiori agenzie di stampa americane si richiamano, nella selezione delle notizie, ad un minimo comun denominatore cui la stampa è incoraggiata ad adeguarsi. E con la stampa l’opinione pubblica mondiale.
Non ha forse detto Stanley M. Swinton, direttore dei servizi mondiali della Associated Press che “più di un miliardo di persone, ogni giorno, fondano i propri giudizi di valore sugli avvenimenti internazionali in base alle informazioni diffuse dalla Associated Press”?
Come ha ricordato German Carnero Roque, un noto giornalista peruviano, quando nel novembre del 1975 una nuova nazione indipendente, la piccola Repubblica del Surinam, fece la sua apparizione sulla carta politica dell’America latina (terzo posto nella produzione mondiale di bauxite, importanza geopolitica innegabile) la sua nascita ricevette un rilievo pressoché insignificante nella grande stampa del continente latino-americano: soltanto il 3% del volume delle notizie dall’estero pubblicati dai 16 più importanti giornali di quell’area. Un 3% integralmente coperto da materiale fornito dalle grandi agenzie di stampa internazionali, l’U.P.I. in primo luogo. Durante quegli stessi giorni, il 7% delle informazioni dall’estero, fornite a loro volta, per l’80% da U.P.I., A.P., A.F.P. e Reuter, provenivano da fonti situate nei paesi industrializzati. Il Roque si chiedeva non illogicamente quanto tempo dovesse ancora passare perché la grande maggioranza della popolazione latino-americana prendesse coscienza del fatto che sul continente era nato un nuovo stato indipendente. Colonialismo culturale? Il termine è stato coniato da Fernando Reyes Matta nel corso di un seminario organizzato a Città del Messico nel maggio del 1976 dall’Istituto Latino Americano di studi internazionali.
Noi europei stiamo meglio dell’America Latina? Non me la sentirei di essere troppo ottimista al riguardo, specialmente in un momento di recessione, come quello che la nostra stampa sta vivendo, quando l’ingerenza straniera diventa più facile perché più debole è l’altro partner. Ricordiamo che, anche se le cifre non sempre dicono tutto, spesso dicono parecchio. Ora non è di nessun rilievo il fatto che la France Press impieghi più di 2.000 persone e la Reuter solo 1.700, di fronte alle molte migliaia di persone impiegate dalle agenzie americane? Né va dimenticato che A.F.P. e Reuter restano pur sempre dei giganti se confrontate con questa o quella agenzia di stampa nazionale.
Che fare? Non si tratta, a mio avviso, semplicisticamente di fare a meno delle grandi agenzie di stampa internazionali ma piuttosto di filtrare la loro produzione, in attesa o in concomitanza con la nascita e lo sviluppo di fonti alternative di comunicazioni. L’Europa sempre più unita è una eccellente occasione da non perdere. Una agenzia di stampa europea, ad esempio, non è un’impresa chimerica ed, oltre tutto, potrebbe permettere a noi europei di meglio agganciarci al Terzo Mondo che all’Italia guarda con evidente simpatia. Il progresso tecnologico può essere l’occasione di una maggiore e più articolata libertà di comunicazione o, al contrario, di un ulteriore soggezione agli Stati Uniti. Ancora una volta si tratta di sapere adeguatamente sfruttarlo. Senza di che, il gap fra paesi egemoni e paesi succubi, nel campo delle informazioni internazionali, sarà destinato ad allargarsi. Con tutte le conseguenze che ciò vorrà dire. (Massimo Olmi)

Per completezza demodossalogica vedasi “Perché esiste la disinformazione” del 27 febbraio 2005 e “11 settembre e opinione pubblica” dell’11 settembre 2005.

Confronti # La fabbrica del consenso

Tutti i network rispondono ai requisiti elaborati da Paolo Alessandro Meazzini (“La lettura”, ed. Learning Press Roma 1986), applicati alla comunicazione sociale nella tesi demodossalogica di specializzazione presentata da Giorgio Cecere (“La metodologia per la ricerca delle effemeridi”, relatore Giulio D’Orazio il 19 dicembre 1987, Università di Roma la Sapienza). Tali requisiti, presentati nei dettagli dalla Sidd, al Convegno di studio svolto il 5 dicembre 1994 nella sala convegni della Facoltà di Sociologia de La Sapienza, con la relazione “L’informazione nei mass-media, aspetti sociologici e riflessi sull’opinione pubblica” si trovano indicati a pag. 73 di “Demodossalogia ed opinione pubblica”, ed. Sidd 1998:
Il Meazzini distingue gli elementi della comunicazione in:
E – emittente
D – destinatario
M – messaggio
C – canale
cod – codificazione
dec – decodificazione
con – contesto.

Come mai allora, si chiedono molti sprovveduti o pseudo studiosi dell’opinione pubblica, Silvio Berlusconi padrone di fatto dei canali (C) della Rai e di Mediaset (il pressappoco totale Auditel della comunicazione televisiva) ha perso le elezioni proprio da quando è riuscito a mettere le mani sulla Rai, così come l’Ulivo le perse con la presidenza Rai dell’amico Zaccaria? La risposta è semplice: i network sono lo strumento non la motivazione!
Come la demodossalogia ha sempre sostenuto sin dalla sua nascita avvenuta sul finire degli anni ’20, perfezionata agli inizi del ’40 e ammodernata dalla Sidd a partire dagli anni ‘80 dello scorso secolo, la funzione degli strumenti di comunicazione, come sosteneva Adriano Magi-Braschi
non è solamente quella dell’informare, è qualcosa d’altro e di più importante; la funzione del giornalismo è di formare, attraverso l’informazione, in un verso qualsiasi, l’opinione pubblica del proprio tempo e in un certo qual modo
concorrere, in maniera più o meno concreta, a determinare la storia e le
generazioni.

Ma l’informazione (il messaggio = M) forma o indottrina o consiglia solo se – nello stesso tempo – è anche un veicolo di ascolto (dec = decodificazione). “Informare per formare ed informarsi” amava ripetere il maestro e divulgatore della disciplina Federico Augusto Perini-Bembo.
Può la tv rilevare l’opinione pubblica solo sulla scorta degli ascolti rilevati dall’Auditel? Evidentemente no, perché sono diversi i presupposti: l’Auditel evidenzia le trasmissioni più seguite, specie se in rapporto ad altre rivali (per es. “Porta a porta” contro “Matrix”), per rispondere all’esigenza dei committenti della pubblicità; non indaga sui destinatari (D) ai fini della formazione culturale (o politica) dell’utente.
Al convegno del 27 maggio 1975 a Fiuggi Terme, promosso dall’Associazione Nazionale Agenzie Stampa, terminammo l’intervento invitando i mezzi di informazione a
Contribuire, con l’informazione, allo sviluppo della cultura inserendo
l’individuo nel suo giusto ruolo e alla presa di coscienza di se stesso e del
mondo che lo circonda

Le trasmissioni culturali televisive non interessano alle società commerciali, meglio i reality o i format scollacciati, salvo la sopravvivenza dei quiz nelle varie versioni moderne o gli accapigliamenti politici, per il coinvolgimento emotivo del pubblico collegato al premio o all’insulto.
Nel periodo democristiano la Rai era fatta e gestita da professionisti dello spettacolo e dell’informazione, assunti ma non al pedissequo servizio dei politici, oggi è talmente politicizzata e piatta che tra i palinsesti di Mediaset e della Rai la differenza è minima e lo scadimento della professionalità artistica o giornalistica (con le dovute eccezioni) ricade sull’utente che si forma prevalentemente (si autoeduca) sui modelli delle letterine, dei gossip e della cronaca nera ma non sull’educazione politica. Tant’è vero che crea più opinione il vituperato Emilio Fede in quanto ha un suo specifico target, sia pure piccolo ma sufficiente per contribuire al mantenimento di una quota del bacino elettorale di Forza Italia.
Attualmente Mediaset e la Rai orientano ma non formano opinione pubblica in quantità sufficiente o in modo determinante poiché dai tempi democristiani a quelli Berlusconiani l’analfabetismo del pubblico (D) si è molto ridotto mentre il raggio d’azione del mezzo televisivo (C) è aumentato; di conseguenza il numero dei soggetti da formare è aumentato mentre è pressappoco rimasto lo stesso il numero di quelli sensibili alla manipolazione televisiva (i cosiddetti analfabeti di ritorno). Per formare (educare) la maggioranza degli utenti occorrono programmi e professionalità diversi dall’attuale. Ecco allora il successo delle altre reti minori come LA7 (vedasi il dibattito su Omnibus del 16 e 26 e l’intervista del 27 scorso).
Alla LX Riunione della Sips (18-21 ottobre 1989) avevamo detto che
Oggi, e ancor più domani, saranno i mass-media a creare l’opinione collettiva (una volta appannaggio dei leaders), a fare e disfare il corso della storia: l’uomo da protagonista è diventato strumento dell’immagine di se stesso […]
l’uomo non comunica più direttamente ma attraverso gli strumenti del comunicare
(vedasi negli atti della LX Riunione l’intervento “Dall’uomo all’immagine”)

Al IX Convegno di demodossalogia (Mira 13 maggio 2000) abbiamo specificato
… le cause del peso crescente di quella particolare opinione su di un’altra non risiedono esclusivamente nella capacità di penetrazione dei mass-media essi sono lo strumento non la motivazione […] Alla base dello stimolo collettivo per
l’informazione e la successiva formazione dell’opinione pubblica gioca un ruolo
determinante l’ambiente storico, culturale, geografico ed il formarsi di quella
particolare aspirazione (desiderio di realizzazione da parte di un gruppo o
determinato pubblico) sostenuta da almeno uno dei tre bisogni fondamentali:
sussistenza, aggregazione, conoscenza […] Pertanto la motivazione è il bisogno
mentre i mass-media sono lo strumento. Tra bisogno, strumento e pubblico ci deve
essere un sincronismo ambientale spazio-tempo altrimenti l’informazione non è
efficace ai fini della formazione di una particolare opinione pubblica […] In
politica la par condicio è un alibi per chi non sa usare gli strumenti del
comunicare

In proposito ripetiamo quanto ricordato in tutte le lezioni demodossalogiche
Le ricerche sociologiche di Elihu Katz e Paul Lazarsfeld hanno dimostrato che oltre alle leadership d’opinione verticali sussistono anche le leadership d’opinione orizzontali e “le idee passano più spesso dalla radio e dalla stampa ai leaders d’opinione e quindi da questi ai settori meno attivi della
popolazione”. Cioè le comunicazioni sociali attraverso i vari mezzi
d’informazione sono anzitutto assorbite dai leaders d’opinione e da questi al
resto della gente.

Concludendo, in una campagna elettorale i network per avere successo dovranno – nei tempi lunghi - rivolgersi indirettamente e prevalentemente ai cosiddetti leaders d’opinione prospettando valori su cui coagulare le opinioni deboli esaltando quei bisogni degli elettori che il programma elettorale ipotizza di risolvere, purché siano bisogni e valori concretamente rilevati e condivisi dalla maggioranza dell’opinione pubblica. Con una avvertenza: le opinioni pubbliche che si formano attraverso la carta stampata sono più lente a formarsi ma, una volta concretizzate, permangono a lungo; quindi occorrono tempi lunghi di indottrinamento basati più su valori che bisogni e rivolti a leaders (lettori acculturati). Per quanto riguarda l’opinione pubblica formata dalla tv, essa dovrà basarsi su stimoli collegati ai bisogni e su un pubblico prevalentemente semianalfabeta o di ritorno.
A proposito di bisogni e valori al seminario su “Leggere la qualità delle comunicazioni” (Roma 11-12 settembre 2004) abbiamo affermato
La società è stimolata da bisogni e valori. I primi afferiscono a cose
tangibili, personali, collegati alla crescita, protezione e conoscenza, i
secondi servono per giustificare le scelte, i comportamenti e le aspettative. I
bisogni si stimolano con la pubblicità, i valori si suggeriscono con la
propaganda

Occorre inoltre tener presente quanto esposto a pag. 46 di “Scienza, società ed opinione pubblica”:
… la credibilità del leader nel suo rapporto con l’ambiente (inteso in senso demodossalogico). Eppure, ai fini dell’imitazione di cui dianzi dicevamo, la credibilità è un fattore trainante e generatrice d’opinione pubblica; ma deve essere una credibilità poggiata su basi costruite nel tempo (ambiente storico, economico, culturale, ecc.) non momentanee (elettorali o pubblicitarie) o criticabili (compromessi inconcludenti o rissosità)

Al suddetto seminario del settembre 2004 sostenemmo:
La scelta politica rientra nella cultura e nelle aspettative sociali, si vota in favore o contro, se scontenti di entrambi i poli non si vota. Il grafico ci potrà indicare le aspettative della popolazione in un determinato frattale così come il monitoraggio dei bilanci di un’azienda ci indica le prospettive.

Per una visione demodossalogica più ampia rimandiamo a “Sondaggi elettorali” del 7 novembre 2004, “Dall’uomo all’immagine” del 16 gennaio 2005, “La vittoria dell’apparire sull’essere” del 1 marzo 2005, “Sondaggi d’opinione e consenso” del 3 luglio 2005, “Il pericolo dei sondaggi” del 20 settembre 2005 e “Creare il futuro” del 17 settembre 2005.

Confronti # Ambiente e bisogni

Al convegno su “Bisogni emergenti e nuove povertà: una prospettiva mediterranea”, organizzato a Napoli il 22-23 ottobre 1998 dalla Società Umanitaria di Milano (vedasi gli atti a cura di Massimo della Campa, Morris L. Ghezzi e Umberto Melotti “Vecchie e nuove povertà nell’area del Mediterraneo, situazioni e politiche sociali a confronto”, pagg. 310, ed. Società Umanitaria Milano 1999), prospettammo l’ipotesi di rispondere ai nuovi bisogni attraverso l’uso del concetto Ambiente. Riportiamo gli ultimi due capitoli dell’intervento demodossalogico:
[…]Il Mediterraneo è un vasto ambiente disomogeneo ove si incontrano vecchie e nuove povertà. Se nel versante nord si affacciano paesi generalmente più ricchi o industrializzati e in quello sud o sud-est zone emergenti o povere il contrasto può essere eliminato attraverso un’operazione statistica: l’allargamento del parametro relativo alle risorse. Così come il Ministero della Sanità ha spostato in avanti i valori di pericolosità del Tce (tricloroetilene) nell’acqua, o come nel caso della popolazione trentina più ricca di quella agrigentina ma entrambe facenti parte della Repubblica italiana, il superamento delle divisioni nazionali verso la comune aderenza ad un ambiente più vasto, fondato su comunanze geografiche (o a limite archeo-storiche per matrice di Civiltà), sposta la guerra dei poveri da lotte nazionalistiche a lotte regionalistiche, così come oggi avviene tra la Padania e il Sud d’Italia.
L’integrazione, ad esempio, tra Malta, l’Algeria, la Turchia, la Francia e l’Italia, in un unico ambiente transnazionale mediterraneo (pur con le difficoltà culturali e religiose) consentirebbe uno spostamento di risorse dai paesi ricchi ai paesi poveri, non sotto forma di aiuto solidaristico ma come finanziamento dovuto, nel quadro di un normale bilancio comunitario.
In questo caso non potendo spostare il territorio e non essendo conveniente incentivare le migrazioni della popolazione, si agisce sul parametro delle risorse, modificando di conseguenza anche gli altri due parametri per portare ad una dimensione più vasta e paritaria la risposta ai crescenti bisogni vecchi e nuovi, onde evitare eventuali futuri, dolorosi, conflitti.
Se consideriamo il Mediterraneo come una sola entità geopolitica, fondata sul reciproco rispetto razziale e culturale, cosa vieta a tanti anziani a basso tenore di vita o bisognosi di assistenza trasferirsi in località marine assolate (così come negli Usa la Florida è meta di pensionati), opportunamente predisposte con villaggi attrezzati, a costi assai inferiori (e sopportabili persino da bassi redditi) di quelli attualmente esistenti da noi? In questo caso non ci troveremmo in presenza di caritatevole assistenza ma di imprenditorialità incentivata, con ritorni in loco sia sul versante della professionalità (personale infermieristico, di cucina, amministrazione, ecc.) che dell’economia (viaggi turistici dei parenti ed attività connesse allo svago degli anziani). Senza menzionare eventuali unioni multirazziali.
[…] Certo non possiamo nascondere la difficoltà di riunire più popoli in un’unica comunità mediterranea, ma, come ha illustrato Roberto Cipriani al congresso di Bologna dell’Associazione Italiana di Sociologia (9-10 ottobre 1998), più di tre milioni di italiani (oltre ai cosiddetti Gypsi people) rappresentano una minoranza linguistica suddivisa in ben 18 dialetti raggruppabili in cinque aree geografiche. Ed uguali situazioni esistono in Spagna e Francia; in quest’ultima c’è una spaccatura verticale ed orizzontale tra tradizione culturale e geni dell’ereditarietà.
Una comunità mediterranea riprodurrebbe in grande una differenziazione di lingue, religioni e costumi ma sarebbe un’applicazione del vaticinio dello storico inglese Sir John Robert Seeley (1834-1895) quando affermò “non ci basta una democrazia negli Stati, ma occorre la democrazia fra gli Stati”. Del resto chi avrebbe scommesso, cinquant’anni orsono, su un’opinione pubblica favorevole all’unità europea? Eppure fu il 7 novembre del 1946 che a Zurigo Winston Churchill fece un appello per l’unificazione europea.
Nel 1500 esistevano sette grandi civiltà: l’occidentale, la musulmana, l’indiana, la cinese (che ancora sopravvivono), accanto all’inca, l’atzeca (ridotte a folclore) e alla russo-bizantina (in via d’estinzione). Oggi stiamo andando verso una sola civiltà supportata dalla information tecnology (la rete satellitare abbinata alla tv e al personal computer). La globalizzazione metterà in crisi gli stessi concetti di sovranità degli Stati, porterà adeguate innovazioni istituzionali ed una nuova geo-politica.
Tutto questo è utopia? […]
Suggeriamo di leggere la nota “I demodossaloghi e l’ambiente” del 7 novembre 2004 per meglio comprendere l’interconnessione tra sviluppo e territorio e “Ambiente e comportamento” del 31 luglio 2005 oltre a “Un progetto per il Mediterraneo” del 28 settembre scorso.

24 settembre 2005

Confronti # Sociologi cattivi maestri

A proposito della nota "L'inutilità della sociologia" del 21 u.s. riferita all'intervento svolto il 18 dicembre 2003 all'Istituto Luigi Sturzo, il demodossalogo Fabrizio Cimini ci segnala l'articolo di Francesco Alberoni, nella rubrica "Luci e ombre" di Panorama del 21 settembre 2005, dal titolo "Sociologi cattivi maestri"; ne riportiamo l'inizio e la fine compiacendoci per il fatto che anche un illustre ed affermato sociologo, sia pure dopo quasi due anni, concorda con le nostre ipotesi. Non per nulla abbiamo la rubrica "Confronti":
I sociologi americani ed europei hanno una grave responsabilità sui guai che stiamo correndo perchè per decenni non hanno fatto altro che studiare le società occidentali, generalizzando le loro conclusioni [...] Ora, invece, non vedono i pericolosi conflitti che si preparano, tanto da loro come da noi, perchè è troppo rapida la perdita delle radici e dei valori tradizionali.


21 settembre 2005

Confronti # L'inutilità della sociologia

Il 18 dicembre del 2003, presso l'Istituto Luigi Sturzo a Roma, l'Associazione Nazionale Sociologi ha organizzato un convegno sul tema "La convivenza delle culture: opinioni a confronto". Riportiamo la sintesi dell'intervento della Società Italiana Di Demodossalogia (Sidd):
Nonostante l'accattivante ed ottimistico tema, oggetto anche di una recente pubblicazione dell'emerito Franco Ferrarotti, con l'esperienza di chi ha ormai raggiunto i settant'anni da qualche tempo mi sono andato convincendo della inutilità della politica e della sociologia.
Questo perchè la sociologia, almeno in Italia, si apprende attraverso il teatrino della cattedra universitaria o al chiuso degli uffici studi o della propria biblioteca, cioè lontano dalla realtà del vissuto quotidiano. Qual è, infatti, quel sociologo che - non occasionalmente ma stabilmente - è andato all'osteria per mangiare un panino e parlare con gli operai?
Le stesse inchieste di spessore sociale sembrano ricalcare la visita di quei personaggi televisivi che si rivolgono alla casalinga per chiederle qual è il detersivo che lava più bianco.
Se non si è vissuti in quel dato ambiente assorbendone credenze, comportamenti, condizionamenti, aspettative, come ci si può calare nella realtà (e non nella dotta presunzione dello studioso che viene da un altro ceto sociale), spesso ingannevole, di frattali (porzioni di ambiente) che sfuggono e fuggono dalle istituzioni e dagli altri?
L'Ambiente, oggi tanto di moda, va messo al primo posto nelle rilevazioni sociali, le persone vengono dopo. Queste cose gli studiosi della demodossalogia (per non menzionare Tacito, Montesquieu, ed altri) le sostenevano sin dal 1948 ; cito tale data perchè è l'anno di pubblicazione di una dispensa sulla demodossalogia ("Invito alla demodossalogia", edizioni Ateneo-Roma) ove si sottolinea l'importanza del rapporto "uomo-ambiente" e "noi-gli-altri". Studiosi ovviamente emarginati. Capita quando si è profetici!
I soci dell'Ans hanno già avuto modo di comprendere l'importanza dei frattali mini e maxi per l'interpretazione sociologica, si veda in proposito "I sociologi e l'ambiente" sul numero del Notiziario Ans di novembre-dicembre 2003.
Aggiungiamo un esempio. Recentemente in Germania si è sottolineato come il Paese stia per raggiungere e superare l'Italia nel primato europeo del debito nazionale in confronto al p.i.l. Orbene, non poteva essere altrimenti poichè tale situazione non deriva da una politica economica, o meglio tale politica è una conseguenza dell'ambiente. Per certi versi l'ambiente dell'Italia e della Germania si equivalgono: da oltre cent'anni noi abbiamo un Mezzogiorno essenzialmente agricolo e un Nord industriale, la Germania con la caduta del muro di Berlino ha inglobato alla ricca parte industriale l'arretrata estensione agricola dell'Est. Le conseguenti politiche di solidarietà e le manovre di aiuto non hanno giovato al maxifrattale arretrato ed hanno tolto al frattale sviluppato quelle risorse necessarie (specie nella vivace concorrenza tipica del mondo moderno) a fronteggiare le oscillazioni dei mercati internazionali.
Gli interventi di politica economica devono tener conto delle caratteristiche ambientali ed agire in concomitanza con la modifica della cultura locale del frattale preso in esame.
La convivenza tra i popoli è da tutti auspicata, caldeggiata, messa al primo posto e oggetto di ferree asserzioni e deliberazioni. Persino il nazismo, con l'invio di delegazioni ufficiali, andò a scovare nei millenari monasteri tibetani le fondamenta su cui costruire la convivenza in una unica cultura! Ma la storia ci insegna, a dispetto delle visioni sociologiche, che la convivenza dei popoli avviene attraverso tre modi:
1- la conquista: dei romani che assoggetarono i barbari galli, delle armate hispaniche che distrussero la civiltà azteca, della tecnologia e dei dollari Usa che hanno sfilacciato la civiltà Russo-Bizantina;
2- la comune matrice ideologica o religiosa: di un cattolico italiano che dialoga con un protestante statunitense o un luterano olandese in quanto si riconoscono nell'originario cristianesimo, così come un musulmano egiziano comprenderà più degli europei le ragioni del musulmano iraniano;
3- il baratto: della civiltà occidentale che ha bisogno del petrolio dei musulmani e di questi che necessitano della tecnologia dell'occidente.
I popoli, sotto tutti i cieli, si riconoscono socialmente attraverso una sola cosa in comune: i bisogni. Bisogni di sopravvivenza, di sicurezza, di conoscenza. E per giustificare l'appagamento di un bisogno ci si nasconde dietro il principio di un "valore".
Se ho fame placo le viscere gustando il saporito agnello sostenendo che l'animale non essendo intelligente e non avendo un'anima è fungibile al mio bisogno. Se desidero espandere il territorio della mia casata o accrescere le ricchezze sottometto un'altra popolazione sostenendo che la educherò politicamente o religiosamente (quindi ideologicamente) togliendola dallo stato di arretratezza o di scarsa civiltà.
Ogni dichiarazione di valore non è altro che la giustificazione che il singolo individuo o popolazioni si danno per legittimare il loro comportamento. Valori religiosi, politici, culturali, basati su argomentazioni, cioè su opinioni. Ma le opinioni su un qualsiasi dato argomento sono tante e diverse, appunto perchè opinioni e non certezze; anche se spesso vengono presentate come verità. Solo quando la sociologia diverrà la "scienza del dubbio" allora, forse, avremo la convivenza.


Pubblicazioni # Informatore Economico Sociale

Sul n. 3 del nuovo Informatore Economico Sociale, diretto dal giornalista-demodossalogo Francesco Bergamo, in uscita online il 25 p. v. su www.demodossalogia.it:
- Francesco Cossiga e l'opinione pubblica (intervista)
- Spin doctors, i creatori della disinformazione
- Il contagio della cartella (i comportamenti dei giovani consumatori)
- Messaggi mediatici ed opinione pubblica dopo l'11 settembre.

20 settembre 2005

Confronti # Il pericolo dei sondaggi

Sei mesi orsono il cancelliere della Germania Gerhard Schröder era, secondo i sondaggi elettorali, 20 punti sotto la sua avversaria. Il risultato elettorale ha smentito le vecchie previsioni che, negli ultimi giorni, davano i due contendenti alla pari. Come si è potuto verificare un tale vistoso cambiamento di tendenza elettorale in sei mesi? All'VIII Convegno nazionale di demodossalogia, svoltosi a Mira (Venezia) il 13 maggio del 2000 (vedasi gli atti "Scienza, società ed opinione pubblica), avvertimmo:
La convinzione che l'opinione pubblica si possa plasmare attraverso la comunicazione sociale è tuttora imperante se, alle elezioni regionali delle scorse settimane, tanto per citare un esempio tratto dai titoli della prima pagina, il 15 aprile La Stampa (non ostile al polo) faceva dire a D'Alema "siamo in vantaggio" e la Repubblica (non ostile al centrosinistra) attribuiva a Berlusconi "siamo al 57%". Un'ostentazione di sicurezza dei due politici per galvanizzare i propri elettori ed aggregare (nel gregge) gli indecisi ed un modo sottile dei due quotidiani per demònizzare l'avversario e spingere i propri elettori a non disertare le urne.

Anche in presenza di un'eventuale sconfitta, un elettore indeciso ma con una vaga propensione verso la coalizione B verrà stimolato a non disertare le urne. Ovviamente non è sufficiente demonizzare la sconfitta per vincere le elezioni, occorre anzitutto una buona campagna elettorale e altre cosette. Al predetto convegno aggiungemmo:
L'opinione pubblica è tuttora considerata, anche da illustri accademici, alla stregua di un gregge guidato da cani urlanti (i mass-media). In effetti apparentemente è così: si rafforza tramite stimoli interni ed esterni al gruppo captando e inglobando a sé le opinioni deboli. Ma le cause del peso crescente di quella particolare opinione su di un'altra non risiedono esclusivamente nella capacità di penetrazione dei mass-media, essi sono lo strumento non la motivazione!


17 settembre 2005

Confronti # Creare il futuro

La tragedia di New Orleans, il terrore dell'abbattimento delle Torri gemelle di New York, i vari terribili casi della, purtroppo normale, cronaca nera di pazzie singole o collettive o di moniti della natura con i suoi sconvolgimenti, ripropongono un tema sollevato dalla Sidd: il futuro, anche quello che non vorremmo accettare, è opera dell'uomo? Qual è la funzione - e quanto incidono - gli scrittori e gli scienziati nel preparare la società che verrà? La fantascienza è propedeutica nel preparare il mondo ad un tipo di avvenimenti e di tecnologie che altrimenti sconvolgerebbero buona parte dell'umanità, se non fosse adeguatamente preannunciata attraverso racconti fantastici (e quindi inverosimili) sul suo futuro? In proposito riportiamo un capitolo della sintesi della relazione demodossalogica svolta al seminario "Leggere la qualità delle comunicazioni" l'11-12 settembre 2004 ad iniziativa dell'Ans (Associazione nazionale sociologi) a Roma, i cui atti sono disponibili presso il Laboratorio Ans di demodossalogia di Albano Laziale (sidd-a@libero.it):
Il disorientamento tra l'essere e l'apparire, il dire e il fare, il concetto di male e bene, e così via, non è altro che l'adeguamento ad un fenomeno naturale; un fenomeno che mostra per reale quello che in realtà non è. Pur conoscendo il moto reale della Terra tutt'oggi percepiamo quello apparente del Sole così come ai tempi di Galileo Galilei che osò andare contro le credenze del tempo e della Chiesa; lo stesso avviene nell'osservare il movimento di una ruota o di tantissime fenomenologie di illusioni ottiche o tattili sperimentabili con degli esercizi. Il disorientamento nell'interpretare la realtà parte addirittura dal concetto di Tempo che suddividiamo in passato, presente e futuro. Il presente è l'istante in cui lo pensiamo o pronunciamo: una intersezione infinitesimale tra passato e futuro. Cioè tra quello che è trascorso e quanto ci aspetta c'è una linea continua che solo per convenzione scindiamo nei tre tempi creando artificiosamente il concetto di tempo presente. Il cammino di una fiamma rende bene l'idea del fluire del presente tra passato e futuro, in modo simile scorre la memoria collettiva condizionando nel Tempo ciò che verrà. Se i neuroni racchiudono il nostro passato (la memoria), esplorando il futuro (sulla base delle esperienze e della conoscenza) sono anche i depositari del futuro che ancora non conosciamo ma che già esiste in quanto elaborazione (nel presente) della memoria (del passato). Una sensazione avvertita in modo maggiore o minore a seconda delle naturali predisposizioni culturali e biologiche, che anche attraverso i racconti di fantascienza (nell'epoca moderna) o le visioni avverinistiche (dalle prime civiltà a Nostradamus) prepara la società ad accettare in modo naturale e come conseguenza del ciclo evolutivo il fantastico o i tempi che verranno senza scatenare paure o tensioni. Il futuro già esiste perchè è dentro di noi; siamo noi (in senso collettivo = opinione pubblica) ad elaborarlo in base al cammino della società altrimenti non esisterebbero neppure le invenzioni ed il progresso scientifico, creazioni della mente umana dovute al lavorio dei neuroni sulla scorta di quanto immagazzinato nella memoria.


11 settembre 2005

Documenti # 11 settembre e opinione pubblica

Il 19-20 marzo 2002 nella sala congressi della Facoltà di Sociologia dell’università La Sapienza di Roma si è svolto un convegno sulle conseguenze dell’11 settembre. Di seguito riportiamo la comunicazione presentata dalla Sidd su “Messaggi mediatici e opinione pubblica dopo l’11 settembre”:
1 – Premessa. Una qualsiasi persona di fede, che non svolga un'attività di esegesi, nei momenti di culto o di adesione religiosa alla dottrina alla quale appartiene ha come punto di riferimento uno o più testi considerati "sacri" o messaggio della divinità. Così è per i cristiani con il Vangelo e la Bibbia, per gli ebrei con il Talmud, per i maomettani con il Corano o per i buddisti con la fede nelle "quattro nobili verità". Cercare il conforto o la verità nel sacre indicazioni della religione tranquillizza la coscienza, fornisce percorsi di retta via e rafforza le proprie convinzioni religiose.

Ugualmente avviene, nella vita di tutti i giorni, nella cosiddetta opinione pubblica quando - nel decidere l'acquisto di un giornale quotidiano o scegliere il canale tra due telegiornali - si dà la preferenza al solito veicolo di informazione.

La propensione all'ascolto o alla lettura del giornale preferito trova la sua ragione d'essere in almeno tre motivazioni:
I. adesione, anche se di massima, all'impostazione ideologica trasmessa dallo strumento d'informazione;
II. gradimento dell'impostazione grafica o della conduzione televisiva;
III. sorta di pigrizia che rifugge dall'imboccare nuove strade per un sottofondo di timore verso il cambiamento.

In questo modo il lettore rafforza le sue convinzioni (il pre-giudizio) adeguandosi alla rilevanza data dalle notizie e dai commenti che si aspetta di trovare al momento della decisione dell'acquisto o dell'ascolto.

Per David Krech, Richard S. Crutchfield e Egerton L. Ballachey autori di "Individuo e Società" (Giunti-Barbera 1984) tutti i fatti vengono mediati da altre persone che si ritengono più informate o di avere una maggiore capacità di comprensione delle cose. Questo perché nella complessa realtà in cui viviamo è impossibile che il singolo individuo possa verificare di persona gli avvenimenti che lo interessano o di cui sente parlare. Secondo John Kenneth Galbraith la persona "deve dipendere necessariamente da quanto gli dicono gli esperti. Per i bambini gli esperti sono soprattutto i genitori; per gli studenti sono gli insegnanti e gli autori dei libri preferiti; la persona religiosa si affida ai preti , ai pastori, ai rabbini; lo scienziato ad altri scienziati specializzati nel suo campo" ("Sapere tutto o quasi sull'economia", Arnoldo Mondadori 1979). Per l'ex preside della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Perugia, Carlo Curcio, "Noi siamo divisi dalle idee, dai programmi di partito, dalle concezioni politiche. L'umanità è sempre stata divisa […] Il giornale è diventato più sfacciato, riproduce e rinfocola anzi coteste passioni, coteste fazioni. Tutto quello che v'è, dal fondo alla nota di cronaca è giudicato alla stregua di un indirizzo, di una opinione, di una tendenza. E il pubblico sa qual è il suo giornale, perché vi trova, di solito, quello che cerca." ("Demodossalogia storica", edizioni Ateneo - Roma 1952").

L'evento dell'11 settembre ha riproposto lo scontro culturale, antico come il Mondo, che dopo la caduta del muro di Berlino e l'imminente accettazione della Russia nella Nato sembrava essere passato in secondo piano, rimanendo circoscritto in quelle limitate zone della Terra ancora non schierate nel campo della globalizzazione. Il predominio di una civiltà egemone che, in forza della sua supremazia tecnologica e quindi culturale e militare, ha colonizzato gli altri paesi si è sempre avuto nel percorso della storia: gli antichi romani hanno portato le loro leggi e le loro deità sino ai confini del Mondo allora conosciuto, la civiltà cristiana ed occidentale ha imposto la religione ed il mercantilismo a popoli considerati arretrati, distruggendo le culture locali.

Nel 1500 esistevano ancora sette grandi civiltà: l'occidentale, la musulmana, l'indiana, la cinese, l'inca, l'azteca e la russo-bizantina; oggi sono rimaste solo le prime quattro e la russo-bizantina è in fase di estinzione. La tendenza è verso una sola civiltà: l'effetto della cosiddetta globalizzazione che non è altro che la necessità di produrre e vendere in un mercato sempre più vasto per non incorrere nella catastrofe economica mondiale. Fin dalla caduta del muro di Berlino, Huntington ha sostenuto che "Il conflitto del XXI secolo" sarebbe stato lo "scontro di civiltà tra l'Occidente e l'Islam" ("La trappola dello scontro fra civiltà" di Bernard-Henry Lèvy sul Corriere della Sera del 20 settembre2001).

In Europa la catena di fast food MacDonalds, i jeans, la coca-cola, la musica rock, i sondaggi elettorali, il consumo popolare delle droghe, tanto per citare esempi tratti dalla quotidianità, non sono altro che l'accettazione di uno stile di vita venuto d'oltre oceano, da una cultura egemone.

2 - L'evento mediatico. Dalla fine della seconda guerra mondiale allo scorso settembre vi sono state numerose guerre ed altrettanti atti di terrorismo che hanno coinvolto gli Usa o gli occidentali, con migliaia di morti, invalidi e distruzioni di beni; eppure tutti questi atti di barbarie che hanno causato enormi sofferenze tra le popolazioni non hanno avuto un impatto sull'opinione pubblica mondiale come l'attentato alle Torri di New York. Neanche ai tempi delle manifestazioni per il Vietnam gli europei hanno seguito con trepidazione l'evento e la conseguente risposta degli Usa e dei suoi alleati. Per i network il crollo delle Torri ha rappresentato, per molte settimane oltre il 50% dell'informazione diramata.

La stampa quotidiana italiana, che normalmente concedeva complessivamente agli affari esteri, alla politica e agli avvenimenti internazionali d'attualità una media di dieci pagine a numero, dal 12 settembre al 29 settembre ha mediamente riservato - ogni giorno - ben dodici pagine all'avvenimento (due di più di quanto normalmente concesso complessivamente agli esteri, alla politica e agli avvenimenti internazionali) con punte addirittura del 100% per la Repubblica.

Ma non solo dallo spazio cartaceo, dato dai quotidiani all'evento e alle sue conseguenze, è possibile rilevare l'importanza rispetto ad altre notizie ma anche dall'impostazione grafica (foto, titoli, speciali, intere pagine, ecc.) ed editoriale (dalla prima pagina in poi a piena pagina sino alla media di ben 15 pagine a numero, per tutto il mese di settembre). Per non parlare delle espressioni usate o di roboanti frasi ad effetto di responsabili della politica internazionale ripetute ed amplificate dalla stampa e dalla televisione.

In allegato si riportano i grafici che evidenziano lo spazio dato dal 12 al 30 settembre 2001 dai quotidiani all'avvenimento, alla prima pagina e all'effetto titoli sull'opinione pubblica secondo la Tabella orientativa demodossalogica.

Neppure durante la guerra 1963-1973 nel Vietnam (dalla presidenza Johnson alla presidenza Nixon) che costò agli Usa un numero di decessi superiore a quello dell'11 settembre o la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, avvenute nell'agosto del 1945, le prime pagine dei giornali di allora dettero una tale continuativa e massiccia informazione sulle vicende. Anzitutto ancora non si era nell'era della comunicazione globale, inoltre l'Europa (eccezione fatta per il Regno Unito attento alle vicende estere) guardava poco oltre i suoi confini.

La risonanza dell'11 settembre ha invece una sua ragione d'essere per varie ragioni:
- il prestigio mondiale della nazione colpita,
- la fama nel mondo di una città come New York,
- la dimensione dei manufatti distrutti e delle vittime,
- l'attualità coincidente con il conflitto israeliano-palestinese che non è solo territoriale ma anche religioso,
- il riflesso negli altri paesi delle persone non americane decedute, ferite o disperse.
- il significato simbolico delle due torri (orgoglio Usa) ,
- la sede mondiale del 20% delle relazioni economiche fra stati ed industrie,
- il peso dei network Usa nella comunicazione mondiale (le maggiori agenzie e reti televisive mondiali).

Nel corso della diretta televisiva e nelle settimane seguenti, mentre una parte della popolazione mondiale si è indignata e commossa, solidarizzando con gli Usa, un'altra parte ha gioito nel vedere - seppure per qualche ora - l'impero americano smarrito e colpito al cuore. Questo perché gli schieramenti mondiali ideologici, quindi culturali, religiosi, storici, politici e perché nò economici, cioè multiculturali, hanno visto nell'avvenimento il rinforzo alle proprie convinzioni e schieramenti.

Neppure le dichiarazioni del presidente George W. Bush hanno contribuito a restringere il campo ai soli e reali responsabili ma anzi hanno annunciato una lotta globale dividendo il mondo in buoni e cattivi, rinfocolando in questo modo le opinioni pubbliche dei rispettivi schieramenti culturali, come evidenziato nei grafici allegati e nel Quaderno n. 18 del Centro Studi Biologia Sociale "11 settembre 2001, caduta del mito americano".

3 - I riflessi della mondializzazione. Le numerose dichiarazioni provenienti dalla Casa Bianca, la conseguente attuazione di quanto annunciato, il rinforzo successivamente operato dai mass media nel colpevolizzare alcuni determinati paesi (Iran, Iraq, Corea del Nord) non in linea con l'apertura alla civiltà multiculturale occidentale e la necessità di un attacco ai finanziatori, fiancheggiatori e aderenti a quelle organizzazioni terroristiche che traggono spunto da culture e religioni diverse dall'Occidente, hanno indotto a pensare che si sia voluto innescare un allargamento dell'impero Usa in quei paesi musulmani, direttamente o indirettamente collegati a fonti energetiche, ancora attaccati a tradizioni che sono in fase di superamento in alcuni paesi limitrofi (Egitto, Turchia, Tunisia, ecc.), ormai vicini al passaggio dalla civiltà musulmana a quella occidentale, anche se ancora ostili alle altre religioni.

Nei paesi occidentali un'altra conseguenza dei messaggi veicolati dai mass media è quella di aver contribuito all'accettazione della necessità di uno stato psicologico di guerra e di una diffidenza generica verso le popolazioni islamiche.

L'impressione che i mass media abbiano contribuito alla radicalizzazione delle posizioni si è rafforzata con le misure restrittive della libertà e dei diritti umanitari attuate in gran fretta proprio in Usa, come documentato dalla Ncac e diffuso in Italia dalla Gsa-Master News con il lancio del 23 gennaio scorso. Si è giunti persino a rimuovere quadri sul terrorismo esposti al Museo d'Arte di Baltimora, licenziare giornalisti che avevano criticato Bush dopo gli attentati, e così via sino a far dire a Joan Bertin, direttore esecutivo della Coalizione Americana di Lotta alla Censura (Ncac), "Sospetto che le conseguenze degli eventi dell'11 settembre ancora una volta metteranno a dura prova la nostra capacità di riconoscere che la forza della nostra democrazia sta nel consentire all'individuo di esprimere dissenso politico, di godere di libertà di stampa e di un governo trasparente".

I riflessi dell'11 settembre si faranno sentire anche sui flussi migratori.

E' ragionevole supporre che le popolazioni dei paesi islamici, che ormai da oltre un decennio con sempre maggiore preponderanza emigrano nei paesi occidentali ("Lineamenti di sociologia dell'emigrazione", istituto bibliografico Napoleone 1987), abbandoneranno massicciamente i territori che alla fine risulteranno distrutti per riversarsi non negli Usa, in quanto ne percepiscono una montante ostilità, ma proprio verso l'Europa aggravando così il già precario equilibrio economico e sociale connesso alle politiche verso i rifugiati, i profughi e gli immigrati (più o meno clandestini). In una parola incidendo pesantemente proprio sulla faticosa costruzione dell'Europa Unita.

I governi dell'Europa, e dell'Italia, si sono emotivamente accodati alla presa di posizione di Bush intesa a dare una lezione agli aggressori e riaffermare la forza degli Usa, senza prima proporre alternative di confronto con le motivazioni che sono alla base del terrorismo internazionale e musulmano in particolare. Non essendo l'arabo o l'afgano o l'etiopico delle lingue normalmente conosciute - specie dai giornalisti - è stato più facile accettare le veline provenienti dai colossi dell'informazione statunitense e dalla fonti autorizzate dal Pentagono.

Evitando il ricorso giuridico e il confronto dialettico si sono esacerbati gli animi venendo meno anche a quelle indicazioni che papa Giovanni Paolo II rivolse il 18 dicembre 1979 quando, a proposito della "manipolazione dei mezzi di comunicazione" affermò "Che dire della pratica di imporre a coloro che non condividono le proprie posizioni - per meglio combatterli o ridurli al silenzio - l'etichetta di nemici, attribuendo loro intenzioni ostili, stigmatizzandoli come aggressori mediante una propaganda abile e costante? Un'altra forma di non verità si manifesta nel rifiuto di riconoscere o di rispettare i diritti oggettivamente legittimi ed inalienabili di coloro che rifiutano di accettare un'ideologia particolare, o che si appellano alla libertà di pensiero. Il rifiuto della verità ha luogo quando si prestano intenzioni aggressive a coloro i quali mostrano chiaramente che la loro unica preoccupazione è di proteggersi e di difendersi contro minacce reali che - purtroppo - esistono sempre tanto all'interno di una nazione, quanto nei rapporti tra i popoli." Manovre "messe in atto - specificò Giovanni Paolo II - per creare un clima d'incertezza, nel quale si vogliono costringere le persone, i gruppi, i governi, le stesse istanze internazionali a silenzi rassegnati e complici, a compromessi parziali, a reazioni irrazionali; tutti atteggiamenti egualmente suscettibili di favorire il gioco omicida della violenza e di contrastare la causa della pace."

A sei mesi di distanza dall'avvenimento dell'11 settembre l'impressione che si ricava nell'opinione pubblica, indotta dagli strumenti d'informazione, è proprio quella di una rassegnata spaccatura che si rafforza intorno alle posizioni politiche e religiose dei due schieramenti, allontanandosi sempre più da momenti d'incontro e di pace. Gli stessi recenti fatti di sangue in Palestina sono una conseguenza della dura presa di posizione degli Usa in Afganistan, che ha indotto il governo Sharon a venir meno ai lenti e faticosi passi per la pace compiuti con gli accordi - sotto l'egida dell'ex presidente Usa Bill Clinton - di Camp David tra Yasser Arafat e Shimon Peres.

Si rafforza anche l'impressione che la guerra a foglie di carciofo (un territorio dopo l'altro) voluta dal presidente Bush si sarebbe potuta evitare (specie alla popolazione innocente con inutili massacri) ben sapendo, i servizi del Pentagono, dove erano rifugiati i terroristi avendo proprio loro edificato a suo tempo i fortini in funzione anticomunista. Catturare i cervelli dell'organizzazione con le speciali forze armate statunitensi immediatamente nei giorni successivi all'11 settembre avrebbe ridimensionato la risonanza mediatica del conflitto e contribuito a riportare i toni su livelli internazionali giuridici e militari, senza coinvolgere la multiculturalità storica e religiosa dei vari popoli.

4 - L'alternativa. Eppure proprio dagli Usa è partita la teoria e la pratica della Mediazione consensuale dei conflitti (Alternative Dispute Resolutions), applicabile anche nelle tensioni internazionali e nei casi di terrorismo. Un'altra alternativa ai conflitti è quella indicata dallo statista tedesco Willy Brandt con la sua Ostpolitik (che ha portato alla caduta del muro di Berlino e al riavvicinamento della Russia sulle posizioni occidentali), cioè la politica dei piccoli passi con l'invito agli intellettuali ad "osare più democrazia", sino al piano internazionale di aiuti ai popoli in via di sviluppo come alternativa alla guerra e alla violenza.

Nel dicembre del 1976, nel discorso di investitura alla Conferenza dell'Internazionale Socialista, nel delineare un nuovo rapporto Nord-Sud, Brandt affermò che "Prima che sia troppo tardi, dobbiamo imparare a rivedere radicalmente il nostro modo di pensare o, più semplicemente, dobbiamo imparare a pensare. Nella società dei paesi industrializzati segnati da una democrazia sociale è stato fatto qualcosa; in alcuni degli Stati che si orientano ai nostri principi è stato fatto molto. Da ciò può derivare qualche indicazione per i rapporti tra le nazioni anche se ciò non può essere realizzato con un colpo di bacchetta magica. Ma la crociata contro la fame, contro l'esplosione demografica e contro il genocidio per bisogno non sopporta alcun rinvio. Agli stati industriali, non soltanto a quelli in Occidente, spetta tale incombenza." Nella lettera di commiato, nel settembre 1992, disse "Come nessun altro nel passato, il nostro tempo è pieno di possibilità, sia nel bene che nel male. Perciò raccoglietevi nelle vostre forze nella consapevolezza che ogni tempo vuole le sue risposte. Si può essere all'altezza dei tempi quando si vuole costruire bene" ("Willy Brandt raccontato da Klaus Lindenberg", Rubbettino editore 1998).

La comunicazione presentata al convegno è accompagnata da grafici ed istogrammi che evidenziano il risalto dato dai giornali quotidiani.

09 settembre 2005

Documenti # IX Convegno di demodossalogia

Il 14 e 15 giugno del 2003 nella sala del consiglio del palazzo baronale di Roccasecca dei Volsci (Latina) si è svolto il IX Convegno nazionale di demodossalogia sul tema “Uno sguardo al futuro: gli effetti della globalizzazione”. Dopo due anni molti dei temi accennati stanno acquistando attualità e consistenza, riportiamo pertanto di seguito la relazione introduttiva ai lavori:

1 - La globalizzazione non è una novità dei nostri giorni ma rientra in quelle leggi cosmiche della fisica e della storia connesse alla dilatazione dell’universo, delle scoperte scientifiche e del cammino dell’umanità; in una parola alla conquista dello spazio e del tempo. Oggi è un fenomeno d’attualità, percepito e discusso dalla maggioranza della popolazione in quanto amplificato dagli strumenti di informazione e, al passo coi tempi, abbinato alle travolgenti leggi di mercato.

L’espansione dei Franchi dal 482 sino a san Carlomagno (deceduto nell’814) con le sue guerre ai sassoni ed iberici per imporre la religione cristiana, o il Sacro Romano Impero dal 962 al 1250 e l’espansione di Spagna e Portogallo dal 1500 al 1600, tanto per fare degli esempi, furono a loro modo la globalizzazione di quei tempi, in quanto portatori di cultura, dominii militari e sfruttamento di ricchezze in territori diversi per tradizioni, etnie e religioni. Gli antichi romani portando le loro deità, tecnologie costruttive, giurisprudenza ed avamposti militari globalizzarono buona parte di quel mondo allora conosciuto; con effetti tuttora palpabili, dopo duemila anni di storia, nelle comuni radici di quelle lingue derivate dal latino e nella visione culturale e legislativa di buona parte dell’Occidente.

La Chiesa cattolica, nell’ambito della sua vocazione universale, ha svolto e tuttora svolge una sorta di globalizzazione del pensiero religioso, solo in questi ultimi anni apertosi ad altre fedi.

2 - La differenza nelle globalizzazioni succedutesi nei secoli da parte dei vari imperi, oltre all’allargamento geografico, consiste nella maggiore enfasi del leitmotiv che giustifica il dominio sugli altri: agli inizi primeggiava la conquista militare fine a se stessa (sino alla caduta dell’impero romano), poi il consolidamento delle casate egemoni (dal 500 al 1700), quindi l’espansione territoriale per lo sfruttamento delle risorse (colonizzazione), il predominio ideologico (dagli anni ’20 alla caduta del muro di Berlino) ed oggi la conquista dei mercati e delle fonti energetiche. Infatti ogni globalizzazione pur amalgamando una serie di interessi e motivazioni diversi si è focalizzata su un motivo epocale facendo però intravedere il motivo dominante della successiva globalizzazione.

“Nel 1500 esistevano sette grandi civiltà: l’occidentale, la musulmana, l’indiana, la cinese, l’inca, l’azteca e la russo-bizantina; oggi stiamo andando verso una sola civiltà (fondata sulle telecomunicazioni e favorita dalla globalizzazione delle informazioni, dalla loro velocità e pervasività) a riprova che l’uomo tende a raggrupparsi” (pag. 66 Demodossalogia ed opinione pubblica, Sidd editrice, Albano Laziale, 1998). La tendenza verso una sola civiltà è “l’effetto della cosiddetta globalizzazione che non è altro che la necessità di produrre e vendere in un mercato sempre più vasto per non incorrere nella catastrofe mondiale. In Europa la catena di fast food MacDonalds, i jeans, la coca-cola, la musica rock, i sondaggi elettorali, il consumo popolare di droghe, tanto per citare esempi tratti dalla quotidianità, non sono altro che l’accettazione di uno stile di vita venuto d’oltre oceano, da una cultura egemone” (dalla comunicazione 'Messaggi mediatici e opinione pubblica dopo l’11 settembre' presentata al convegno internazionale del 19-20 marzo 2002 alla sala congressi della Facoltà di Sociologia de La Sapienza).

3 – Ma ogni impero, così come è nato, è destinato prima o poi a ridimensionarsi sotto la spinta di due fattori: un decadimento al centro dell’impero dovuto al raggiungimento di un apice, spesso di benessere, che demotiva da ulteriori traguardi; tensioni sociali ai confini della dominazione territoriale che rivendicano autonomia politica, culturale ed economica.

Il paese egemone non sparirà, ridurrà il proprio potere globalizzante dovendo competere con l’insorgenza di un nuovo centro d’aggregazione economica e politica posto ai confini dell’impero; la cultura precedentemente diffusa verrà inglobata, aggiornata e fatta propria dalla cultura emergente. Secondo Carroll Quigley ('The Evolution of Civilizations', New York, Macmillan Company, 1961) si è passati dall’espansione basata sulla schiavitù al sistema feudale (dal 970 al 1270), poi al capitalismo commerciale e al mercantilismo (dal 1440 al 1700) quindi all’industrialesimo (dal 1730 al 1929) ed ora siamo nella fase iniziata con la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, che pone l’accento sul primato della tecnologia.

Per Quigley nel corso della storia un’area periferica è sempre divenuta col tempo più aggressiva riuscendo a conquistare gran parte delle zone confinanti per poi entrare in una fase di declino lasciando il passo a nuove zone periferiche portatrici di civiltà innovative. Per Italo Insolera (“L’uomo e la costruzione dell’ambiente” in 'Individuo e ambiente', editrice il Mulino, Bologna 1972) nel Medio Evo la decadenza della classe dirigente si è accompagnata alla decadenza e scomparsa della città mentre prosperavano la periferia e le colonie romane.

4 – Nella società occidentale l’evoluzione della civiltà si intreccia percorrendo predefinite fasi, senza il cui passaggio non sarebbe possibile avanzare a quella successiva, come dimostrato da Quigley ma già ipotizzato da Aristotele che, analizzando 158 costituzioni di città greche, concluse “che non esisteva una forma di governo ottima, e che qualsiasi forma tendeva a decadere, o a mutarsi in un’altra forma” ('L’Anno 2000', il Saggiatore Mondadori, Milano, 1967).

Con la teoria dei cicli di Gianbattista Vico (il progressivo sviluppo del pensiero umano che, attraverso prima l’età degli dei e poi quella degli eroi, si eleva a ragione) possiamo aggiungere le basi per capire il movimento che si compie all’interno dell’uomo e della società. Mentre con il ciclo bidirezionale a pag. 88 di 'Scienza, società ed opinione pubblica', edito dalla Sidd, Albano Laziale, 2001 vediamo la cultura (la civiltà dell’epoca) formarsi sul modello trasmesso dalle istituzioni che, a loro volta, recepiscono i movimenti della società che si modificano in conseguenza dei nuovi bisogni, valori e tecnologie. Infatti, specie nell’epoca attuale, “La cultura sviluppa il pensiero sociale, la ricerca scientifica e la forma delle istituzioni; dalla scienza nasce la tecnica che è l’applicazione scientifica a fini pratici ed economici. L’economia (libera o dirigistica) influisce sulla società attraverso la produzione e la distribuzione dei beni richiedendo sempre maggiore tecnologia. La società progredisce attraverso l’economia e si difende e rafforza mediante le istituzioni (aperte o chiuse). Le istituzioni influiscono sullo sviluppo della società, della cultura e dei valori mettendo in moto il perenne circolo a due direzioni” (ibidem pag. 88).

5 – Lo storico e filosofo napoletano ci aiuta a capire il movimento interiore dell’umanità, teso a risolvere anche i conflitti psicologici e trascendentali oltre che i bisogni materiali.

Agli albori dell’umanità le popolazioni risolvevano i bisogni materiali curvandosi verso il suolo alla ricerca o coltivazione del cibo mentre placavano le paure e le ansie di una vita stentata rivolgendosi verso il cielo e deità poste nell’Empireo, tale atteggiamento è rimasto sino all’avvento della manifattura meccanica. Con l’introduzione delle macchine industriali l’uomo ha abbandonato lo scambio delle merci e risolto il fabbisogno materiale mediante la produzione e commercializzazione, alzando la testa al livello del macchinario: da qui il sorgere della politica e della socialità come risposta ai problemi che prima erano affidati al trascendentale, in conseguenza del guardarsi intorno e non più attraverso il suolo. Attualmente le motivazioni psicologiche o spirituali, che una volta erano appannaggio delle religioni, tendono ad essere cercate all’interno di se stessi (la coscienza e l’intelletto) in quanto con la conquista dello spazio il cielo non fa più paura e, anzi, è stato sottomesso dalla tecnologia che ci risolve i problemi materiali. Alla LXV Riunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze (Sips), svoltasi nell’ottobre del 1999 all’università di Cassino, abbiamo sostenuto che “Ora siamo nell’era che ci porta verso il post-moderno ove l’uomo già si sente proiettato negli spazi una volta misteriosi e riservati alle divinità ed ai fenomeni celesti. Marte è a poche decine di anni di distanza dall’essere materialmente raggiunto dall’uomo e Vega è il punto d’incontro con l’ignoto. Se la materialità è passata dalla Terra all’Uomo e da questo allo Spazio, di converso la spiritualità dallo Spazio è giunta al Corpo passando per la Natura, rappresentata dalla biologia”. Pertanto “Mentre sinora le mutazioni biologiche avvenivano, nel procedere dei millenni, per via naturale oggi abbiamo la possibilità di effettuare mutazioni genetiche controllate dall’uomo e dalla sua cultura, tramite le biotecnologie. L’Era che occuperà lo spazio-tempo degli anni duemila (la next age) sarà talmente innovativa da non poter essere neppure paragonata all’era industriale, che – a suo modo – rappresentò una svolta sull’epoca precedente. Siamo ormai nell’era genomica con le sue dirompenti conseguenze sulla società” (ibidem). Sulla società, non sulla Natura che procede con leggi immutabili.

6 – Dieci anni prima eravamo intervenuti sul piano dei bisogni, e dei valori che giustificano l’appagamento dei bisogni, illustrando il passaggio dalla società agricola, che presupponeva la proprietà della terra da coltivare, ad una società dell’informazione poggiata su quattro pilastri: il personal computer, il sistema telefonico ed audiomatico, la televisione e la videomatica. La proprietà del suolo con il tempo si è trasformata “nel possesso del bene (proprietà) senza più alcun legame diretto con l’uso dello stesso ai fini della sopravvivenza. La società industriale ha dato maggiore enfasi alla produzione dei beni piuttosto che alla proprietà fine a se stessa; è infatti con l’avvento della società industriale che sono nate le società commerciali in nome collettivo e l’azionariato. Ricavare il sostentamento dalla vendita dei beni prodotti dalla macchina è stato un salto anche di mentalità rispetto al ricavato della terra, che segue le sue leggi di stagionalità contrassegnate da un movimento unilaterale diacronico. La mentalità agricola, più intima, lenta e legata alla natura, ha potuto sviluppare un pensiero proteso verso le grandi teorie universali e metafisiche. La società industriale, col suo vissuto più ricco del pensato, ha favorito la sincronizzazione dei tempi di lavoro e di vita, la concentrazione, la massimizzazione e la centralizzazione” (LX Riunione della Sips all’università di Bologna, ottobre 1989).

La riscoperta e valorizzazione di se stessi (intelletto e coscienza) si allarga all’Ambiente in cui viviamo, alla ricerca di un equilibrio tra territorio, popolazione e risorse. Alla LXI Riunione della Sips all’università di Catania, nell’ottobre del 1991, presentammo una comunicazione dal titolo “L’acqua: un bene fondamentale nel rapporto territorio-popolazione-risorse”. Il concetto fu esemplificato nel febbraio del 1995 al convegno promosso dall’Associazione Nazionale Sociologi a Nemi (Roma) su “I sociologi e la nuova politica ambientale”.

Noi e gli altri, l’uomo e l’ambiente, sono sempre stati i concetti dominanti della filosofia che ha accompagnato i demodossaloghi; sarà sufficiente citare la dispensa del prof. Federico Augusto Perini-Bembo “Lineamenti di Demodossalogia” per l’anno accademico 1948-49 dell’Università internazionale Pro Deo e la relazione del giornalista-demodossalogo Nando (Ferdinando) Mazzei al 2° Convegno nazionale di demodossalogia, svoltosi a Napoli nell’ottobre del 1954, dal titolo “L’indagine demodossalogica e il metodo dell’indagine storica”.

7 – L’attuale globalizzazione è quella imposta dalla tecnologia e dalle travolgenti leggi di mercato degli Stati Uniti d’America. Ma così come in passato, ogni impero è destinato a ridimensionarsi di fronte all’avanzare dei fermenti della periferia. Quali sono allora i poli geografici e culturali destinati ad emergere nel volgere di una decina d’anni?

Da una parte abbiamo l’immenso territorio degli stati cinesi che sta recuperando tecnologia, ammodernamento sociale e culturale, peso nell’organizzazione mondiale, con un salto di qualità della vita che, sia pure tra contrasti e mille difficoltà, pervaderà l’intero territorio e popolazioni. Gli stimoli alla cosiddetta occidentalizzazione del mercato sono venuti alla Cina dai confinanti paesi: Corea, Giappone, Filippine, Tailandia. Quando la Repubblica Popolare Cinese, con i suoi un miliardo e duecentomila abitanti su un territorio di nove milioni e seicentomila km quadrati, sarà in grado di esportare su larga scala e nel resto del mondo manufatti e tecnologie potremo dire che l’egemonia statunitense (249 milioni di abitanti su 9 milioni e 400 mila km quadrati) inizierà il suo declino. Ma non sarà solo un declino economico o politico ma anche culturale: inizierà una nuova civiltà che traendo forza e valori dal pensiero politico-religioso dell’Oriente si innesterà sul pensiero Occidentale creando la filosofia della next age; il crescente interesse verso le religioni e le forme di pensiero dell’Estremo Oriente indica una direzione dell’opinione pubblica e quindi della storia. L’interesse del presidente degli Usa, George W. Bush, verso i paesi del Medio Oriente non è dettato solo da una rivalsa psicologica per la sconfitta americana nella precedente guerra del Golfo o per le preoccupazioni collegate alla prevista mancanza del petrolio necessario per mantenere in piedi la potente organizzazione industriale del suo paese, ma anche da motivi di strategia globale: l’accerchiamento della Cina in previsione di un eventuale scontro, sia pure economico.

Dall’altra parte gli Usa dovranno competere con un rinnovato slancio degli stati europei uniti sotto una unica bandiera: dalla Federazione Russa ai paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo. Anche se i lacciuoli che legano l’Europa agli Stati Uniti d’America sono molto forti e pervasivi, potendo contare sul fattore della comune civiltà, il vecchio spirito della millenaria cultura europea saprà risvegliarsi, non tanto per le spinte politiche o economiche quanto per degli eventi (ancora non percepiti pienamente da coloro che dovrebbero essere in grado di capirli) connessi all’Ambiente. Ci riferiamo da una parte alla sempre maggiore immigrazione, da noi prevista ed annunciata fin dal Seminario internazionale del 9 novembre 1986 a Berna (Lineamenti di Sociologia dell’emigrazione, istituto bibliografico Napoleone, Roma, 1987), e dall’altra alle conseguenze climatiche che, per effetto dell’associazione abituale illustrata in due volumi nel 1739 dal filosofo, storico ed economista britannico David Hume (1711-1776) in A Treatise of Human Nature, ripubblicato ad Oxford nel 1888, spingeranno gli europei ad assumere nuovi modi di vita e quindi nuovi valori e bisogni.

8 – Per quanto concerne l’Europa le spinte verso un riformismo, inteso ad ammodernare la mentalità e la prassi quotidiana del sociale, verranno da quattro ben definiti settori: la politica, l’impatto ambientale, la crisi della giustizia e la richiesta di una qualità diversa dei beni e dei servizi. Il tutto supportato da una imperante ed esponenziale tecnologia computerizzata. L’insieme di queste spinte, interagendo fra loro, consolideranno l’avvento di nuovi bisogni, valori e consuetudini; in una parola il sorgere di una nuova Civiltà (la next age) che contraddistinguerà gli anni futuri relegando l’attuale civiltà globalizzante imposta dagli Usa tra la storia archeologica dell’umanità.

Nell’84 sul settimanale culturale “Sapere 2000”, anno I n. 13 dell’8 settembre 1984, edito da Angelo Ruggieri in Roma, ci chiedemmo “Quali sono le caratteristiche della transizione verso la società post-industriale? In che misura e fino a quando l’antico conviverà col nuovo? Quale significato stanno assumendo gli aggettivi vecchio, nuovo, tradizionale e moderno?” Nel ’65 l’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze e l’istituto Hudson avevano creato una commissione di 30 membri per tracciare gli scenari dell’anno duemila. I cinque volumi dei “documenti di lavoro non sono stati un esercizio di profezia – ha specificato il presidente della commissione Daniel Bell – ma un tentativo di individuare i vincoli della scelta sociale” ('L’Anno 2000', ibidem). Sulla scia dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze anche dieci studiosi italiani si sono prestati ad una riflessione Verso il Duemila, editore Laterza, 1984 , ma l’autore che più di ogni altro ha saputo indicare gli scenari di una società in trasformazione è stato John Naisbitt con le sue dieci nuove tendenze che trasformeranno la nostra vita, esposte in Megatrends, editori Sperling & Kupfer, Milano 1984.

Tra le riviste che hanno indagato sull’argomento citiamo il settimanale Epoca, Milano, (con dieci inserti monografici); il settimanale L’Espresso con tre supplementi del marzo 1990 su: 1) le idee 2) gli uomini 3) l’ambiente; il numero speciale di Dossier Europa, edito dalla Rappresentanza in Italia della Cee, n. 19 dicembre 1996; The Wall Street Journal Europe nel 1993 e, per quanto riguarda le professioni, il settimanale Mondo Economico n. 22 del 2 giugno 1997.

Achille Ardigò riprendendo alcune teorie elaborate nel 1920 da Vilfredo Pareto, secondo cui da una parte vi è una forza accentratrice basata sull’autorità e sulla gerarchia e dall’altra una forza decentratrice con spinte corporative ed aree per violare la legge senza essere puniti, sostiene che la contrapposizione non genera una crisi (passaggio fra il vecchio e il nuovo) ma sviluppa varie “tendenze, interessi e sentimenti”; un risveglio che fa emergere le forze rimaste ai margini o che si sono sviluppate nell’economia sommersa o nella vita politica di provincia. In questi ultimi vent’anni l’insieme delle mille imprese più grandi degli Usa non ha creato un solo posto di lavoro in più mentre in Europa i 2/3 dei posti di lavoro sono venuti da aziende con meno di venti dipendenti.

L’economista americano Alvin Toffler quasi vent’anni orsono aveva detto che il nuovo modo di produrre (basato sulla tecnologia computerizzata) farà sparire le antiche divisioni di classe per crearne delle nuove in cui ciascuno considererà se stesso non come facente parte di un gruppo omogeneo ma come “individuo differenziato, ciascuno con propri bisogni e desideri”. Pertanto aumenterà il disinteresse verso la politica e le ideologie tradizionali, occorrerà di conseguenza inventarsi, ha detto Toffler, una democrazia per il XXI secolo.

In questi ultimi anni la consapevolezza che il nuovo secolo sarà portatore di ideologie e rapporti socio-economici totalmente diversi dal passato, così come l’inizio del 1900 è stato per le società occidentali, è acquisita ormai anche a livello di opinione pubblica, anche se non emerge in modo manifesto ed incalzante; la coscienza del cambiamento c’è, manca la direzione e – soprattutto - quell’evento imprevisto detto “domino” che trascinerà di colpo uno dopo l’altro tutti i popoli ed i governi nel ritrovarsi nella next age senza sapere perché o come.

9 – L’incidente accorso lo scorso febbraio allo Shuttle è il segno di un declino tecnologico, di una cultura troppo sicura di se che non si accorge di avvitarsi su se stessa mentre sogna di tenere in pugno il pianeta. In verità gli Usa erano in crisi ancor prima della disintegrazione dello Shuttle e dell’11 settembre: il colpo inferto dai terroristi ha accentuato la crisi economica che si trascinava da oltre un anno, ha fatto emergere la sfiducia verso le istituzioni e la paura per il futuro, confermando quanto sottaciuto in occasione delle elezioni del presidente Bush: la burletta del riconteggio dei voti elettorali non degna per un Paese di alta ed esportata tradizione democratica. Secondo Naisbitt già dall’82 negli Usa sono iniziate a crollare le strutture centralizzate e la stessa funzione del Congresso per andare verso un decentramento diffuso apportatore di trasformazione politica, del mercato e della cultura americana. Il mutamento, prima o poi, si farà sentire anche in Europa.

Dalla democrazia rappresentativa si passerà alla democrazia partecipativa poiché i lavoratori, i cittadini e i consumatori vorranno essere partecipi dei processi medianti i quali si arriva alle decisioni; il fenomeno dei girotondi politici in Italia o le manifestazioni dei no-global sono la prima avvisaglia del mutamento politico con la fine del tradizionale sistema di partiti, destinato ad essere sostituito da movimenti o alleanze per il raggiungimento di obiettivi limitati o a breve termine. In Lineamenti di Sociologia dell’Emigrazione, ibidem, avvertimmo che “la politica ha la prerogativa di intervenire, con provvedimenti legislativi e di governo, in modo sfalsato rispetto alle esigenze della popolazione, cioè non ha la capacità di prevedere ed indirizzare gli sforzi della comunità verso prospettive comuni prima che si verifichino il depauperamento delle risorse e l’insorgenza di nuovi bisogni sociali. Questo perché il politico non si affida ai centri di ricerca nello scrutare la società ma preferisce ascoltare le istanze che provengono dai gruppi organizzati, ovviamente per rispondere alle esigenze corporative del gruppo e non per lo sviluppo sociale ed economico dell’insieme della società”. In futuro avremo meno potere al Parlamento e più poteri agli enti locali, più consultazioni referendarie e meno politici professionisti; inoltre acquisteranno sempre più peso le corporazioni tecniche e professionali. Una inconscia rivalutazione postuma delle teorie fasciste?

In un discorso alle Nazioni Unite Michael Gorbachov ha sostenuto che “Sarebbe ingeneroso pensare che i problemi che affliggono l’umanità possano essere risolti con mezzi e metodi che venivano applicati o che sembrava che funzionassero nel passato […] gli sforzi per risolvere i problemi del mondo richiedono una nuova visione, una diversa qualità di interazione tra gli stati”. Per Ralf Dahrendorf il tema decisivo che dominerà il futuro sarà quello ecologico mentre sarà radicalmente ridefinita la geografia politica del continente europeo, non ci sarà contrapposizione tra i due schieramenti di destra e di sinistra ma la scena sarà caratterizzata dalla “proliferazione di movimenti sociali attorno a singoli temi, a issues (vie di fuga) che si sottraggono a questo schema interpretativo”. John Kenneth Galbraith vede l’avvento dell’economia mista: “Ogni elemento dovrà essere giudicato per i suoi meriti. Stiamo entrando nell’età del frammentismo, in cui lasceremo al mercato quello che il mercato sa fare di meglio, e lo stato farà quello che è assolutamente indispensabile che faccia”. Le cose cambieranno anche sul piano delle religioni, secondo Hans Kung “Deve morire una Chiesa fatta di inumani apparati burocratici, di dogmatismi inflessibili, di censure moralistiche, di scandali finanziari che si misurano in miliardi, con morti misteriose e trame inesplicabili”; la religione dovrà schierarsi, secondo Kung, con le nuove povertà e contro i potenti, accettare il pluralismo culturale ed esaltare il ruolo delle periferie.

Uno studio del 1990 del Centro Prometeia, sul futuro a lungo termine, indicava espansione per l’Oriente e declino degli Usa e dell’Europa; l’Italia oppressa dai debiti correrà il rischio di sganciarsi dai paesi più avanzati.

10 – Gli inevitabili conflitti internazionali politici ed economici derivanti, per un verso, da un arroccamento sulle proprie posizioni localistiche a compensazione della spinta euristica verso una comune civiltà, e dall’altro per il predominio delle materie prime (energia, acqua, agroalimentare) dovranno trovare modi e sedi di pacificazione diverse dal passato e non più adunanze inconcludenti di assise di stati; in seno all’Organizzazione delle Nazioni Unite dovrà sorgere una categoria di “viaggiatori” o ispettori neutrali che, sentendo le due o più parti in causa, riescano a portare i contendenti su un negoziato che sia una via di mezzo elaborata dalle parti e quindi accettata da entrambi; quello che in altro modo oggi è conosciuto come Alternative Dispute Resolutions (mediazione consensuale dei conflitti). Il metodo che Tomas Gordon definisce la soluzione senza perdenti in quanto “i conflitti sono risolti senza né vincitori né perdenti. Anzi ambedue le parti vincono perché la soluzione deve essere accettabile da entrambi”. Ma il metodo non sarà ristretto fra le tensioni degli stati ma si riverserà i tutti gli apparati istituzionali, sui conflitti etnici e religiosi, nei rapporti lavorativi e persino in quelli famigliari, nelle comunità e nell’educazione scolastica alla tolleranza e alla pace.

Per quanto riguarda l’Italia assisteremo all’acquisizione di una coscienza civica protesa a svincolarsi dall’apparato istituzionale per un “fai fa te” più consono ad un futuro ispirato al ritiro della delega in ogni campo della vita politica, sociale ed economica per l’affermazione dei diritti dei cittadini attraverso un nuovo modo di partecipazione ai lavori e alla stanza dei bottoni, attento alle esigenze personali ma in armonia con gli altri e l’ambiente.

11 - La sfrenata concorrenza delle multinazionali e delle aziende per conquistare clientele e nicchie di mercato in contrapposizione ad una classe di consumatori più attenti ed esigenti si accompagnerà ad un nuovo modo di produrre, più economico e veloce, in grado di soddisfare ordini e richieste su misura del cliente ma sempre su scala industriale. La nuova filosofia aziendale sarà quella della completa abolizione degli sprechi e degli stoccaggi accompagnata da una “estrema rapidità” di produzione e consegna del prodotto finito e personalizzato.

La globalizzazione del mercato accentuerà le normative mondiali intese a standardizzare pesi, dimensioni, tempi di scadenza, materiali, lavorazioni, rifiniture, ecc. per rendere interagenti componenti di prodotto provenienti da stabilimenti e paesi diversi, sulla stregua di quanto già in vigore nelle Forze Armate occidentali e in alcuni paesi di lingua anglosassone.

Finita l’era della catena di montaggio e della produzione di massa il mercato si terrà in piedi garantendo la “Qualità Totale”: in un mondo globalizzato dove i prodotti saranno simili e con lo stesso standard costruttivo e tecnico la molla che li renderà diversi sarà l’assicurazione che il prodotto, oltre che perfetto e rispondente allo scopo, terrà conto dell’equilibrio ecologico e dell’ecosistema basato sull’interazione territorio-popolazione-risorse.

Un tale modo di operare inciderà sulle politiche governative e si riverserà nella pubblica amministrazione che dovrà, di conseguenza, predisporre norme e organi di controllo a garanzia della qualità sia dei servizi da essa resi al cittadino che a salvaguardia dell’ambiente e della salute sempre più sottoposti al degrado ed attentati conseguenti alla sfrenata rincorsa verso il benessere ad ogni costo.

12 – Nove delle dieci multinazionali mondiali sono collegate al petrolio o all’auto. Questo dato ci fa capire verso che direzione è stata sinora pilotata l’economia e di converso la politica mondiale, con riflessi sul modo di vivere, la cultura e l’atteggiamento verso l’ambiente.

La stessa guerra verso il dittatore Saddam Hussein non è che il prodotto di un calcolo economico basato sulle scorte petrolifere. Attualmente oltre trenta sono gli stati nel mondo sottoposti a dittature, persecuzioni e minacce per l’umanità ma non interessano perché non hanno materie prime destinate a perpetuare la supremazia industriale e militare occidentale.

Un’inversione di mentalità non potrà mai venire in conseguenza di sollecitazioni politiche o, ancora peggio, economiche. Sarà l’ambiente che costringerà l’umanità a rivedere la vita quotidiana, cioè il modo di vivere, pensare, lavorare ed avere rapporti con gli “altri”, rivedendo lo stesso concetto di altri: qualsiasi essere vivente (che respira o ha un percorso di vita), dalla flora al clone umano o animale.

13 – I demodossaloghi non fanno politica: si occupano di opinione pubblica. Un frattale di opinione pubblica, come potrebbe essere quella degli studenti della quinta elementare di Roccasecca dei Volsci o quella, più complessa e variegata, dei no-global mondiali, perché esprime una certa opinione e agisce in un modo che la contraddistingue da altri frattali di opinione pubblica? Perché è sollecitata da input, cioè da informazioni e conoscenza. L’articolo su una rivista scientifica o il consiglio di un genitore, l’informazione appresa alla radio o su un giornale sono input di conoscenza che spingono l’opinione pubblica ad agire in un determinato modo che a sua volta influenza anche gli autori dell’input: scienziati, genitori, giornalisti, politici, ecc. L’opinione pubblica si muove in uno spazio territoriale e di tempo occupato congiuntamente dalla “conoscenza” esistente in quel periodo ambientale (storico, economico, culturale, sociale e geografico). Sullo stesso argomento potrebbe essere diversa la dimensione ambientale, cioè di spazio-tempo, con una conseguente diversa risposta. Pertanto anche la dimensione extraterrestre entrerà nel macro-concetto ambientale.

L’opinione pubblica e la “conoscenza” è come se fossero racchiuse in un contenitore (l’Ambiente) collegato ad altri contenitori, per cui muovendone uno si sposta l’intera costruzione ambientale. Un contenitore raffigurato nel disegno n. 1: le informazioni formano la conoscenza, rappresentata dalla cultura; il conoscere (la cultura) apre le porte alla scienza che ci rivela quello che non conoscevamo; dalla scienza nasce la tecnologia come applicazione delle conoscenze scientifiche per ottenere un maggiore comfort e una minore fatica nella produzione dei beni materiali, generando l’economia volta a una maggiore produzione, qualità e profitto; l’economia creando benessere influisce sulla vita quotidiana della società che, attraverso la politica, modifica assetti e legislazioni influenzando la cultura. Ma, così come avviene con l’opinione pubblica, anche la cultura (avvertendo i nuovi tempi) influisce sulla politica e sulla società che a loro volta chiedono adeguamenti all’economia, e questa alla tecnologia.

14 – Se tracciamo un asse cartesiano e riportiamo sull’ordinata y il Tempo e sull’ascissa x lo Spazio vedremo un lungo periodo di civiltà agricola contrassegnata alla soluzione dei problemi più contingenti alla sopravvivenza: l’alimentazione, l’abitazione e il trasporto. L’industrializzazione è apparsa successivamente in seguito alla scoperta della meccanizzazione tecnologica; dopo la “meccanica” (il movimento delle macchine che alleviavano le fatiche umane) è esplosa la conoscenza della “fisica” (fenomeni intorno a noi) e dopo di questa la “chimica” (fenomeni che ci coinvolgono). Con una sequenza di tempi sempre più brevi. Cosa verrà dopo la chimica? Probabilmente il “bios” (la vita: qualcosa che è dentro gli esseri viventi). L’avvento della società genomica muterà i rapporti sociali, la politica, l’economia, le teorie scientifiche e religiose più di quanto non abbia fatto la società industriale. Bios vuol dire valorizzare se stessi ed attribuire un pari valore alle cose viventi che ci circondano: vegetali o animali (ivi compreso l’uomo). Quindi un diverso rapporto con l’Ambiente e, per esso, con la Natura. Bios vuol dire trasferire dalla metafisica (la religione) e dalla società (i rapporti sociali) quei valori che guidavano il cammino verso delle mete (politiche, filosofiche, morali), vere o presunte, che ci venivano dettate o erano assorbite da regole altrui, per adottare comportamenti e valori “personalizzati” e dettati dalle scelte del singolo intelletto; con ricadute sulla politica, l’economia e la cultura: il fai da te. Partecipazione diretta (associazionismo e referendum) invece della delega; telelavoro, part-time e pensionamento flessibile al posto dell’attuale mercato del lavoro; sprigionamento della propria fantasia e creatività (nelle arti e nelle invenzioni) per affrontare il mutamento ambientale e delle risorse naturali e lavorative.

15 – Ogni ciclo (economico, culturale, sociale) inizia in modo lento nel tempo e sparso sul territorio per poi acquistare una sua dimensione di maturità globalizzante e, infine, collassarsi su se stesso creando confusione e malessere per lasciare spazio al nuovo ciclo. L’avvento dell’industrializzazione ha aperto le porte ai braccianti convertendoli in operai, legittimando interventi bellici e assetti politici. La fine dell’era industriale, contrassegnata da disoccupazione e recessione, ha lasciato il posto all’informatica; la fine dell’era dell’informatica sarà accompagnata da crisi mondiali. Il percorso dei vari cicli non è però uguale (nel tempo e nello spazio) per tutti i paesi anche se il tempo tende ad una maggiore velocità per compensare la maggiore dimensione dello spazio occupato (disegno n. 2), con un movimento planetario non riscontrabile praticamente dal pianeta Terra. Nell’ellisse del disegno n. 2 noi possiamo riportare le varie “Ere di Civiltà” che si sono susseguite per renderci conto del fenomeno della ciclicità connesso a quello della dimensione nello spazio. Ere di Civiltà all’interno delle quali si sono sviluppati vari periodi prima di passare alla successiva Era di Civiltà.

L’Era agricola della società occidentale prima di arrivare al periodo di massima diffusione e modernizzazione (1500-1815) ha conosciuto le grandi civiltà della Grecia e dei romani e poi il periodo dei grandi viaggi (1487-1780); l’Era della rivoluzione industriale (1760-1956) è passata per la fisica, la chimica, i nazionalismi e l’economia mondiale.

Sulla traiettoria dell’ellisse (dis. 2) confluiscono tutte le causalità degli avvenimenti che si succedono, secondo la teoria di David Hume, indicando la direzione degli eventi passati e prevedendo quelli futuri in quanto generati dal cosiddetto tempo presente. Un futuro prevedibile dai movimenti dell’opinione pubblica che tendono a formarsi ed ingigantirsi per assorbire le opinioni minori ed incidere sulla cultura, la scienza, la tecnica, l'economia, la società e la politica; con una avvertenza:
- le opinioni vincenti (che fanno tendenza) sono quelle isolate o che partono dal basso; quelle suggerite dall’alto sono mode effimere, volte solo a mantenere il potere finché sia possibile onde ritardare il “nuovo” apportatore di assetti e ideologie diverse;
- nello scontro tra opinioni ci saranno sempre “conservatori” e “progressisti”;
- le opinioni si divideranno tra chi risolverà i problemi con l’iniziativa personale e chi si affiderà al sistema.

Ma non sempre l’etimologia classificherà in modo giusto le categorie. Credere nell’industrializzazione e stanziare risorse finanziarie per risollevare l’economia è un atteggiamento da conservatori: l’industria dei prossimi anni é nel complesso mondo della chimica (con i suoi annessi) e nel “reticolo informatico globalizzante” (regionalizzazione, associazionismo, frazionamento) governato da Internet. Le iniziative di massa promosse dalle organizzazioni rientreranno nella moda essendo finalizzate a guerre di vertici. La novità verrà dalla distribuzione delle Risorse naturali ed economiche che abolirà la vecchia concezione delle classi sociali approdando a nuove e drastiche regole di convivenza.

Un futuro apparentemente (o inizialmente) diverso dal passato ma sempre incentrato sulla risposta a bisogni e valori ed incatenato alle “precedenti causalità” ed a quell’oscillazione chimico-fisica universale generatrice di cicli e globalizzazioni naturali e sociali (vedasi il citato 'Demodossalogia ed opinione pubblica' e le 406 pagine della 'Inchiesta demodossalogica sul post-industriale', Sidd, 1986).