Manifestazioni di piazza di studenti e rettori hanno dimostrato contro la riforma universitaria approvata dal Parlamento. Sono più di 40 anni che gli studenti scendono in piazza e che i politici discutono e varano riforme su riforme dell'Istruzione. E' chiaro che qualsiasi vera riforma, in qualsiasi campo, scontenterà sempre una parte dei riformati, sia perchè intacca interessi precostituiti sia perchè qualsiasi innovazione non è capita e spaventa l'opinione pubblica.
Nel corso degli anni tra riforme, proposte di riforme, dibattiti e contestazioni, siamo giunti alle statistiche di questi giorni che segnalano come la prima università italiana nella graduatoria mondiale è quella di Roma, al 70° posto; che la percentuale degli immigrati in Italia (provenienti dai paesi sottosviluppati) aventi un titolo di studio universitario (fatto il rapporto 1/100) è quasi il doppio dei laureati italiani; che il 46% degli italiani non legge un libro e non acquista giornali (vede solo la tv); che ogni anno aumentano i giovani in età scolare che invece di frequentare la scuola si avviano al lavoro (ovviamente sottopagato e in nero) con un totale del 10% di evasione scolastica, come nell'immediato dopoguerra.
A questo punto vi invitiamo di andare a rileggere la n/ nota del 18.10.05 "
Il traino della tecnologia" e chiedervi se possiamo ancora vantarci di essere un Paese industrializzato o se stiamo scivolando, se già non lo siamo, tra quelli del Terzo Mondo.
Come i demodossaloghi ben sanno la serie cadenzata di statistiche serve per monitorare un fenomeno onde individuare se è in crescita o in diminuzione. Possibile che i politici non sappiano interpretare certe tendenze? Eppure l'Italia è fra quei paesi ove si pubblicano, e si suppone si leggono, il maggior numero di saggi: un semplice chiacchierificio (fabbrica di chiacchere), come ripeteva l'ex sindacalista della Cisl Pierre Carniti, o delle dissertazioni per pochi addetti ai lavori delle varie corporazioni accademiche?
Per attuare le riforme mancano sempre i denari necessari ma, a volte, questi non sono tutto. Benissimo la graduatoria nazionale, vecchio pallino di Giovanni Berlinguer, che evita che il vincitore, per esempio, all'università di Cassino abbia a suo merito un centinaio di pagine di bibliografia ragionata su quanto scritto da un illustre luminare della materia a concorso mentre per un identico concorso all'università di Trento siano necessari tre o quattro saggi sull'argomento.
Moltissimi docenti, nelle discipline umanistiche, non hanno più di dieci uditori nel corso dell'anno accademico; prova evidente che la disciplina non è seguita perchè non offre sbocchi professionali o perchè il docente non è all'altezza dell'insegnamento; queste sono le palle al piede e gli sperperi nell'università, frutto di una consolidata prassi baronale.
Una volta esistevano i liberi docenti: non costavano nulla (un simbolico rimborso) e rendevano tanto. Erano professionisti di alte e specifiche capacità che impartivano lezioni pratiche e suggerimenti su materie da loro ben conosciute ed attuate professionalmente, altro che elucubrazioni teoriche o divulgazione di testi altrui, perlopiù esteri per fare bella figura. L'università ha bisogno di essere collegata al mondo del lavoro per preparare i giovani al mercato e garantir loro un futuro, non ha bisogno di accademia.