Corso # 16 # Storia ed attualità
In apertura Carlo Curcio nato a Napoli nel 1898, già preside alla Facoltà di Scienze Politiche a Perugia e nel dopoguerra ordinario di Storia delle dottrine politiche al Cesare Alfieri di Firenze, fervente propugnatore dell'unità europea, sotto il titolo "Il giornale e la storia" riporta l'essenza delle sue lezioni svolte nell'anno accademico 51-52 al corso di demodossalogia. Il capitolo è preceduto da una lettera a Perini-Bembo, datata maggio 1952; in essa tra l'altro afferma:
Esiste tuttora, anche se attenuata rispetto ai tempi precedenti, una barriera che separa la scienza ufficiale dal giornalismo. Quando si vuol dir male di un professore o dell'autore di una pubblicazione, di solito si dice che è un giornalista, ad intendere la superficialità, il tono svagato ed approssimativo dell'uomo o dello scritto. I giornalisti, d'atronde, ripagano con uguale moneta i professori. Un articolo un pò più dottrinario del solito è definito mattone. Ciò non toglie che i professori siano lieti di scrivere nei giornali, quando loro riesce; e che i giornalisti non disdegnino una cattedra universitaria, quando possono prenderla.
Ma tra giornalismo e scienza, per così dire, ufficiale una frattura c'è sempre. Il professore guarda al giornalismo come ad un fenomeno, di cui al massimo sia da studiare l'aspetto sociale; il giornalista guarda all'Università o comunque all'alta cultura con un atteggiamento staccato e talvolta persino ostile. Si tratta di prevenzioni, di pregiudizi, che non hanno fondamento. Cultura e giornalismo, ormai, sono assai meno diversi di quanto di solito si creda. Non solo essi si integrano a vicenda, ma adempiono a funzioni analoghe, sia pure con metodi diversi; stanno su piani ravvicinati, talvolta proprio sugli stessi piani.
Oggi con la laurea in Scienze della Comunicazione potrebbero sembrare frasi superflue ma se le rapportiamo a quando furono scritte danno l'idea dell'evoluzione culturale che c'è stata e della lucidità del pensiero di Curcio, autore nel '50, tra l'altro, del saggio Nazione-Europa-Umanità tuttora valido per un lungimirante percorso europeo.
Riportiamo dal capitolo di Curcio "Il giornale e la storia" i concetti fondamentali espressi, consigliando il lettore a riprendere e comparare quanto illustrato nella relazione di N. Mazzei al 2° Convegno nazionale di demodossalogia:
[...] il giornale trattando argomenti cosiddetti d'attualità, costituendo, quindi uno strumento di informazione rapida ed immediata di quanto è avvenuto, in ogni campo dell'operare umano, il giorno innanzi o, se non si tratta di giornali quotidiani, nel corso della settimana o al massimo del mese, deve proprio considerarsi come fonte di informazione dell'attualità?
In primo luogo occorre chiarire il vero significato dell'attualità. Abbiamo l'impressione, di solito, che attualità sia tutto ciò che si sia verificato in un tempo immediatamente vicino a noi; che essa si riferisca a fatti avvenuti poco prima che se ne dia notizia: la seduta della Camera dei Deputati, iniziatasi alle ore 16 trova già posto per un resoconto nelle edizioni dei quotidiani delle ore 18; l'incendio che ha danneggiato nella notte una fabbrica è raccontato in tutti i particolari nelle edizioni dei giornali che sono in vendita all'alba (ndr: non esisteva ancora la tv). Ma non è sempre così. Un fatto, avvenuto molti anni prima e rimasto sconosciuto, appena scoperto è pur sempre un argomento d'attualità; i risultati di ricerche scientifiche, che hanno richiesto decenni di lavoro, costituiscono argomenti d'attualità appena si viene a conoscenza di essi; attualità talvolta sono fatti verificatesi in tempi anche remoti e che, per nostre suggestioni anacronistiche, diventano interessanti e quindi rivivono la loro attualità a distanza di decenni o di secoli. Attualità, quindi, non è sempre ciò che è accaduto poco prima che se ne dia notizia, ma anche ciò che viene a conoscenza e diventa, per ciò stesso, segno di rilievo e di diffuzione.
Un altro luogo comune è che il giornale sia cronaca. Questo intendimento del giornale, in verità, è stato, per vecchia consuetudine, accreditato dagli stessi titoli delle varie rubriche giornalistiche: cronaca della città, cronaca sportiva, cronaca giudiziaria, e persino cronache degli avvenimenti internazionali e simili. Si tratta, come si è accennato, di una consuetudine, che risale al tempo in cui i giornali registravano gli avvenimenti in maniera concisa, con la narrazione dei fatti, priva di giudizio e di commenti. Il giornale moderno ha cangiato radicalmente atteggiamento: non solo narra ed espone, ma giudica, commenta, esprime opinioni, spesso azzardate perchè non convalidate da un attento esame delle circostanze che hanno prodotto gli avvenimenti; insomma quasi mai si limita a registrare isolatamente ed obbiettivamente ciò che forma argomento dell'informazione. Le cronache cosiddette nere sono ricche di ammonimenti, di commenti, persino di moralità; specialmente i giornali, che hanno diffusione tra i ceti meno colti e più propensi alle notizie più emozionanti, includono persino nei titoli i loro commenti. Ciò dipende da molte cause, che potranno essere accennate in seguito; ma è indubbio che il giornale è sempre più un organo, non solo d'informazione, ma di critica; narra e giudica.
Talvolta, anzi, giudica più che narrare. Nelle cronache teatrali [...] si giudica [...].
In alcuni avvenimenti internazionali [...] La morte di una illustre personalità è non solo annunciata sui giornali, ma comporta una biografia spesso critica e comunque ampia dello scomparso [...] Quante di queste biografie, cosiffatte, e quante delle recensioni a libri o delle critiche a commedie non vengono raccolte in volume e, insomma, attestano che c'è in esse qualche cosa di uraturo, e che, infine, non tutto quello che sta nei giornali è destinato a vivere poche ore. [...]
Benedetto Croce ha definito la cronaca storia morta, il cadavere della storia. Non sempre i cronisti, i diaristi, i registratori di fatti e di eventi sono freddi; talvolta giudicano, ma non basta giudicare per dir che si fa storia; il giudizio deve essere, non diciamo spassionato, perchè mai nessuno storico che sia veramente tale è stato privo di passione, ma almeno dimostrato, rapportato ad elementi probatori [...]
Dopo aver riferito quanto riportato nel 1600 a proposito della fine di Giordano Bruno (bruciato a piazza Campo di Fiore) indicato come scellerato, heretico obstinatissimo, ecc. Curcio sottolinea come quanto allora scritto non era un giudizio storico ma "risentiva dell'ambiente, delle passioni di parte, del clima nel quale l'evento si era verificato", giungendo alla conclusione che
Il giornale non è cronaca. Certo, sarebbe azzardato asserire che sia storia; in senso pieno; è forse di un giorno; storia considerata dal punto di vista di quel giorno. Ma per quanti sforzi facciano gli storici, la loro storia non è sempre la proiezione di sentimenti e passioni di un periodo determinato?
Il giornale è, dunque, per alcuni aspetti, una pagina già di storia, un elemento di storia. Espone fatti, avvenimenti, idee, giudicandoli. [...]
La stampa è ormai legata ad un partito, ad una corrente di opinione, a gruppi finanziari. Potranno essere indipendenti da partiti politici, ma non da interessi economici. Un giornale che esponga notizie senza un implicito giudizio non esiste. [...]
Noi siamo divisi dalle idee, dai programmi di partito, dalle concezioni politiche. L'umanità è sempre stata divisa. Ma oggi una tale divisione ci appare più aspra, più visibile, più calda, anche perchè la accentua la stampa, la acuisce la propaganda. O di qua o di là. Il giornale è diventato più sfacciato, riproduce e rinfocola anzi coteste passioni, coteste fazioni. Tutto quello che v'è, dal fondo alla nota di cronaca è giudicato alla stregua di un indirizzo, di una opinione, di una tendenza. E il pubblico sa qual'è il suo giornale, perchè vi trova, di solito, quello che cerca. [...]
Uno storico narra per giudicare ma anche per sostenere una sua tesi, per difendere una sua idea. C'è stata una storiografia illuministica ed una romantica, una storiografia progressista ed una conservatrice e così via; e ancora oggi c'è una storiografia liberale ed una marxista, una democratica ed una cattolica [...]
Oggi andiamo molte volte a ritracciare nella stampa periodica degli ultimi decenni ed anche del secolo scorso elementi non solo utili per ricostruire l'evoluzione dell'opinione pubblica, ma altresì per la determinazione di importanti correnti di pensiero, di intendimenti veri e propri di molti problemi politici e sociali. Domani allo storico dei nostri tempi occorrerà, per ricostruire il moto delle idee che hanno agitato ed agitano le nostre generazioni, leggere i giornali, le riviste, le pubblicazioni periodiche dell'epoca che viviamo, per avere non solo un panorama di questo nostro tempo, ma per scoprirne, probabilmente, taluni aspetti e motivi che proprio l'articolo di giornale può chiarire, spiegare, oltrecchè documentare.
Così il giornale, in tutte le sue forme e manifestazioni, mentre fa, in un certo senso, storia, prepara allo storico futuro elementi di storia. Non già elementi freddi, di cronaca di fatti; ma elementi vivi, di indirizzi ideali, di fedi politiche e sociali, di concezione della vita e della società. Inavvertitamente il giornalismo si trasferisce, dunque, sul piano formativo, più che informativo.
La dispensa "Demodossalogia storica", oltre al capitolo di Curcio è completata da altri tre capitoli:
- Il giornalismo prima della carta e della stampa, di Federico Augusto Perini-Bembo;
- Il giornalismo stampato dai primordi del sec.XIX alla prima guerra mondiale, di Carlo Barbieri;
- Giornalismo sudamericano fra il 1789 e il 1815, di Giuliano Gaeta.
Carlo Barbieri nacque ad Avellino nel 1907, fu direttore del periodico "Le monde diplomatique", del settimanale La Tribuna Illustrata e dei quotidiani Il popolo di Trieste, Il Veneto di Padova, il Corriere di Napoli , preside dell'Istituto superiore di Scienze e Tecniche dell'Opinione Pubblica della Pro Deo e quindi libero docente di Storia del Giornalismo nelle università di Stato.
Giuliano Gaeta, quale libero docente di Storia del Giornalismo all'Università di Trieste, ha indagato sullo sviluppo storico del fenomeno giornalistico; tra i vari saggi ricordiamo, per i fini demodossalogici, Il fenomeno giornalistico (Trieste 1948) e Folclore e giornalismo (Trieste 1951).